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Tornano i Capretti caproni, parliamo con Olalla Gonzalez

Olalla Gonzalez da anni lavora  sul recupero e il riadattamento dei racconti della tradizione orale, uno degli elementi che caratterizza il progetto di Kalandraka che li fa rivivere nella forma dell’albo illustrato, con ricerca sul testo e illustrazioni di autori contemporanei.  “Il piccolo coniglio bianco” e “Capretti caproni” sono appena usciti in Italia in una nuova edizione. Due libri che rappresentano gli esordi di Kalandraka  in Italia.  Abbiamo rivolto alcune domande all’ autrice del testo dei capretti e proposto il nostro questionario all’illustratore Federico Fernandez (link in basso), dopo avervi già  presentato l’intervista a Xosé Ballesteros e a Oscar Villan per la ricomparsa del coniglio bianco.

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Come è iniziato il tuo interesse per la letteratura infantile e in particolare per il recupero dei racconti della tradizione orale?

In Spagna, quando ero piccola non c’erano albi illustrati né nelle scuole, né nelle biblioteche e neppure nelle librerie. È stato grazie alla mia formazione come maestra che ho scoperto la buona letteratura per l’infanzia. Iniziai allora a conoscere grandi autori: Leo Lionni, Maurice Sendak, Eric Carle… e grandi titoli: ¿A qué sabe la luna?, Chi me l’ha fatta in testa?… i racconti tradizionali e le storie rivolte ai bambini. Ma la parte più bella di questo modo di scoprire la letteratura infantile è stato vedere come i bambini e le bambine della scuola osservano, leggono, imparano e vivono gli albi illustrati.  Ho capito allora che la letteratura infantile e sopra tutto gli albi illustrati, non sono solamente una storia con immagini, rivelano tutto un mondo fatto di valori, di un determinato linguaggio  e di peculiarità.

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Come hai scelto “Capretti caproni”? Qual è l’origine a te nota di questa storia?

Si tratta di  un racconto tradizionale inglese non molto conosciuto in Spagna. Ha una struttura e un messaggio molto adatti ai primi lettori: affronta la questione delle dimensioni, del dialogo, del  lavoro di squadra. I suoi personaggi sono tre capre e compare un elemento  grande e pericoloso: l’orco. Un testo fondamentale a partire dai tre anni.

Quali sono secondo te gli aspetti che più caratterizzano e accomunano i racconti della tradizione orale?

Credo che i racconti tradizionali posseggano una serie di valori indispensabili per comprendere e conoscere quello che ci circonda, rappresentano un’opportunità perché i bambini e le bambine possano approcciarsi alla conoscenza del mondo da soli o accompagnati da un adulto.

 Tu e Federico Fernandez avete lavorato insieme al libro o hai proposto il testo all’illustratore?

Dopo che avevo adattato il testo abbiamo parlato con Federico. Gli è piaciuto molto e ha scelto di illustrarlo. Abbiamo discusso della storia e ha avuto chiaro fin dall’inizio come raffigurarla, in particolare nel momento di rappresentare i personaggi.

CAPRETTIhttp://www.kalandraka.com/it/collezioni/raccolta-nome/particolare-del-libro/ver/capretti-caproni/

https://libripersognare.wordpress.com/2014/06/10/intervista-allillustratore-federico-fernandez/

 

Intervista all’illustratore Federico Fernandez

In occasione di una nuova edizione di “Capretti  caproni” accanto alla conversazione con l’ autrice del testo Olalla Gonzalez (link in fondo) abbiamo rivolto la nostra intervista dedicata agli illustratori a Federico Fernandez, che con Kalandraka ha pubblicato anche “Dove perse la risata Luna?”, testo di Miriam Sanchez, 2008.

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori? 

Anche se non lo ricordo devono essere stati i miei genitori, quello che ricordo è che gli astucci coi colori sono stati una presenza costante di tutta la mia infanzia.

  È arrivato prima il disegno o il colore?

Il disegno, la linea pura, per la quale ho sempre avuto una predilizione, ed è così che ho iniziato.

Un sogno o un’immagine ricorrente della tua infanzia.

Noi bambini del quartiere finivamo sempre col fare delle risse per un motivo o per l’altro e c’era una certa crudeltà infantile in molte azioni- Vedo me stesso combattere per le cose che mi sembravano ingiuste e dovermi guadagnare il rispetto in un modo molto basilare… soffrivo molto al pensiero di come si sarebbero sviluppate questi scontri.

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Che storie preferivi da bambino?

Ho adorato i racconti orali che i bravi narratori espongono solo con l’aiuto della loro voce, sopratutto racconti di vita… avventure vere alle quali potevi dare un volto perché venivano narrate in prima persona. Nella mia famiglia circolavano molte storie legati all’immigrazione e attraverso questi racconti ho imparato tanto.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Ricordo il desiderio di accompagnare con immagini i libri di storia e le  imprese belliche nei quali c’erano tanti personaggi che combattevano. Ero preso da questa idea di catturare un momento

In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratore di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando ho visto pubblicato il mio primo libro, allora ho iniziato a credere che poteva funzionare.

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Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Progettato con metodo per quello che riguarda la mia formazione artistica dal momento che ho studiato Belle Arti, ma come illustratore mi ha sempre guidato l’intuito.  Il mio percorso si è sviluppato grazie ai tanti errori che ho commesso e dai quali ho imparato.

Chi riconosci come maestri? [Non e’ una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Ci sono tanti artisti meravigliosi che mi appassionano, per la loro opera, per il momento storico in cui hanno vissuto, e immagino che il mio lavoro sia frutto di un gran cocktail di immagini pittoriche, libri, musica, cinema. Posso citare qualche autore o opere di queste discipline che mi hanno segnato in alcuni momenti della mia vita: El bosco (ita: Hyeronimus Bosch)  e J.M. Basquiat, Il piccolo principe e Una banda di idioti, Charlie Parker e i Pixies, Kubrik e Blake Edwards… posso considerare tutti loro miei maestri.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Ora come ora la mia principale fonte di ispirazione è mio figlio Max

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

In questo momento la linea, il tratto puro e privo di artifici, mi dà molta sicurezza per creare immagini fresche e potenti, ma ho lavorato tanto con gli acrilici. Anche con il guache mi sento molto a mio agio, e mi avvalgo molto dell’ opacità e la vivacità dei colori che ti consente.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Osservatore, critico e ottimista.

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Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

In verità ho avuto molta fortuna con i miei editori, non mi sono mai sentito condizionato nel momento di creare e mi sono sempre sentito apprezzato per il mio lavoro.

https://libripersognare.wordpress.com/2014/06/10/tornano-i-capretti-caproni-parliamo-con-olalla-gonzalez/

 

Il questionario di Kalandraka, Oscar Villan

“Il piccolo coniglio bianco” è appena uscito con una nuova ristampa dopo la prima del 2008.
Abbiamo parlato per l’occasione con Xosé Ballesteros, autore del testo (link sotto) e rivolto il nostro questionario a Oscar Villan, illustratore del libro e di un altro albo del nostro catalogo “La zebra Camilla”. Conversando, prima del questionario, gli abbiamo chiesto un piccolo confronto su come, da artista, lavora sul racconto tradizionale e che tecnica ha scelto per questa storia, tratta da un racconto della tradizione portoghese.

All’inizio non faccio alcuna distinzione.  Appendo all’attaccapanni le etichette (“testo d’autore” o “racconto tradizionale”, per esempio) prima di entrare nel testo. Ogni genere ha le sue caratteristiche, però, lavoro su ciascuno basilarmente partendo dal suo contenuto e dalla sua struttura particolare e concreta.  Per “Il piccolo coniglio bianco ” ho utilizzato tempera. È stata la prima volta che l’ho usata. Tubetti che mi aveva regalato mia madre. Colori decisi, molto intensi. Una meraviglia.

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Ricordi chi ti regalò il primo astuccio di colori?

No. Suppongo i miei genitori.

È arrivato prima il disegno o il colore?

Insieme.

Un sogno ricorrente, un’immagine della tua infanzia.

Mio nonno che fa volare le farfalle che ha realizzato ritagliando le cartine.

Che storie preferivi da bambino?

Tutte. Che si sedessero accanto a me a letto e raccontassero. Poi, quando già leggevo da solo, mi gustavo Asterix, Tintin. Il piccolo Nicolas. E poi, un po’ più grande, Tolkien.

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Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Ricordo l’opposto: di avere coperto le illustrazioni di alcuni racconti perché la rappresentazione dei personaggi non invadesse quello che io immaginavo.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratore di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Poco prima di diventarlo. Se devo pensare a un momento decisivo potrebbe essere dopo la fine della scuola superiore: mi sono dato l’obiettivo non precisamente di fare l’illustratore, ma di mantenere vivo e accrescere il mio lato concreto, creativo, così, con questa idea, mi sono iscritto a Belle Arti, con l’intenzione di aumentare le possibilità che questo aspetto della mia vita si mantenesse vivo e possibilmente accresciuto alla fine dello studio. Dopo, una serie di circostanze hanno fatto in modo che mi ritrovassi a cercare lavoro come illustratore: il mio interesse per l’illustrazione della stampa (specialmente per il meraviglioso, divergente, eterogeneo lavoro di Raul (ndr Raul, Raúl Fernández Calleja) per l’editoriale di El Pais di quell’epoca, la fine del percorso di studio, i buoni consigli di una professoressa, la nascita della casa editrice Kalandraka quasi al lato di casa mia.

Il tuo percorso di apprendimento è stato intuitivo o progettato con metodo?

Al di là del fatto di aver studiato Belle Arti, direi basicamente intuitivo. Osservando. Provando. Leggendo.

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Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Tanti. A cominciare da bravi professori di scuola e della facoltà. Per l’illustrazione posso citare Isidro Ferrer o Raul, Alejandro Magallanes o Puño o Javier Jaén; esploratori della grafica, avventurieri che si inoltrano nella giungla delle immagini (o nel deserto del foglio bianco), determinati, con allegria, curiosi e giocherelloni, per vedere cosa c’è, cosa trovano, cosa viene fuori. Però cerco di assorbire  da tutte le parti…

Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Il foglio bianco. Non sapere cosa verrà fuori.

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

China, tempera, computer.  Mi piace sia lavorare sulla carta che col digitale. Si è già parlato tanto di questo. Ogni mezzo ha i suoi vantaggi e i suoi inconvenienti. Io mi trovo bene con tutti e due.Combinandoli. Se posso utilizzare anche la scultura o la fotografia, tanto meglio.

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 Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Direi che l’unica irrinunciabile è la voglia. Il desiderio di fare.

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Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Ho ricevuto tante  richieste che mi hanno lusingato  e che non mi aspettavo né immaginavo. Che continui così. Ogni chiamata è una sorpresa.

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link all’intervista a Xosé Ballesteros: embed]https://libripersognare.wordpress.com/2014/05/29/ristampa-de-il-piccolo-coniglio-bianco-conversazione-con-xose-ballesteros/[/embed]

 

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