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Le voci dei “Cari Estinti”. Riflessioni con l’autrice Arianna Papini

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Abbiamo parlato con Arianna Papini in occasione dell’uscita di “Cari Estinti“, il suo ultimo libro appena pubblicato  da Kalandraka. I cari estinti sono venti specie animali, scomparse in conseguenza delle azioni umane sul loro habitat o direttamente  su loro stessi.  Arianna Papini gli dà voce facendoli tornare a parlarci dall’aldilà con  poetici e ironici  epitaffi accompagnati da ritratti. Dove principi, re e nobili personaggi dipinti non sono quelli di importanti famiglie del passato, ma sono alcune delle tantissime specie animali   che non sono più tra noi. La prima parte delle considerazioni dell’ autrice  l’avevamo pubblicata per presentare il ritratto “La pecora Dolly“,(https://libripersognare.wordpress.com/tag/libri-per-sognare/) premiato a Lucca Comics al concorso “Ritratti rivoluzionari”,  come anticipo dei temi di “Cari estinti”. Da qualche parte tra le pagine del libro si nasconde infatti anche lei, la pecora clonata. Sta al lettore scoprirla tra le parole degli animali. Qua vi suggeriamo la seconda parte con i punti  di  riflessione che le abbiamo proposto.  Siamo partiti dalla ricerca  svolta per il suo lavoro, per arrivare  a parlare di poesia.  Ci siamo confrontati poi su una questione che emerge sempre  nell’opera di Arianna, per la quale tutto parte  dalla relazione con l’altro,  la  diversità come fonte di conoscenza, di paragone  per la scoperta di sé.  Questo ci ha riportato anche ai protagonisti di un altro albo, i primati di Anthony Browne nel libro “Un gorilla. Un libro per contare”, in cui lo sguardo dei nostri antenati, le scimmie, ci fa da specchio. E infine una riflessione su speranza e infanzia per riparlare di un vocabolo che, oltre all’uso comune, ha come ogni parola, un  preciso senso vitale e esistenziale. Ecco alcuni pensieri  in libertà che l’autrice ci ha offerto in questa occasione.

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La ricerca

Questo libro mi è costato molto da un punto di vista emotivo. La mia ricerca quindi è stata solo una ricerca storico-scientifica. Mi è sempre interessato mantenere viva la memoria di ciò che non c’è più, ho iniziato quindi dagli animali estinti da molto tempo, come il Dodo che forse è stato proprio il primo che ho scelto perché mi è molto simpatico e fin da bambina rimpiangevo il fatto di non poterne incontrare mai uno. La ricerca delle immagini mi ha condotta a quegli esploratori che sono stati la causa prima dell’estinzione, che spesso erano studiosi e avevano la capacità di documentare attraverso disegni e stampe ciò che vedevano.  Ci sono le liste ufficiali anche sul web degli animali  estinti ma mi ha divertito, durante la ricerca, scoprire che su molti animali l’uomo non sa con certezza. Loro si sono nascosti, sono scomparsi alla nostra vista ma spesso non abbiamo potuto affermare realmente che non esistessero più.

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Nella foto Arianna Papini durante la premiazione a Lucca Comics per la sua opera “La pecora Dolly” nel contesto “Ritratti rivoluzionari”.

Questa sorta di nascondino mi ha riportata alla possibilità di giocare sul sapere e il non sapere.  L’uomo non accetta di ammettere che la maggior parte dello scibile non sia spiegabile razionalmente e scientificamente, questo mi ha sempre divertito molto.  Amo pensare che certi animali rarissimi stiano nascosti prendendoci in giro, un po’ come fanno i Cari Estinti del libro. Gli umani adulti in particolare danno sempre risposte alle domande, rispondono cose assurde pur di non ammettere di non sapere, soprattutto quando a chiedere sono i bambini. In realtà capire che la nostra conoscenza è limitata rappresenta una grande opportunità: non siamo padroni dell’universo, facciamo parte di qualcosa di immenso e inspiegabile, entità infinite e affascinanti che la nostra mente non riesce neanche ad avvicinare, se non con la spiritualità e la fantasia. Dire ad un figlio che non sappiamo la risposta alla sua domanda significa insegnargli la dignità e la consapevolezza dei propri limiti. Spesso dalle domande dei miei figli sono nati i libri che amo di più: non avrei mai saputo dare loro una risposta, così ho scritto e dipinto immaginando e ipotizzando vie di comprensione da leggere e immaginare insieme.

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la poesia…
 Il linguaggio poetico è quello di cui si servono i bambini ed è quello che purtroppo spesse volte dimentichiamo di usare quando diventiamo persone adulte. Le domande dei bambini, ma anche le loro risposte, se le ascoltiamo ci portano il più delle volte pura poesia. Certe definizioni o anche le parole un po’ cambiate in modo da rendere più forte quello che vogliono esprimere, è semplicemente ciò che fanno i poeti che, come i pittori, tengono con sé la loro parte bambina come valenza preziosissima. È per questo che la poesia giunge ai bambini in modo molto diretto, senza ostacoli, con la sua musicalità, la possibilità di essere cantata e suonata, le licenze che fanno scivolare via parole su frasi imperfette e dunque indelebili nella memoria. Lo stereotipo, come la ricerca della perfezione, sono frutto di un tempo critico, quello in cui viviamo e in cui dobbiamo osservare le forme dei bambini fin dalla gestazione per decidere se sono abbastanza perfetti per nascere. Ma cos’è l’imperfezione? A mio parere è poesia, poiché ci rende possibile distogliere lo sguardo da ciò che conosciamo e ci prefiguriamo per portarci in luoghi nuovi, altamente creativi. La rima a me serve invece per limitare messaggi dirompenti, che mi fanno soffrire profondamente e che contengono troppe parole e definizioni. Così, misurando le sillabe e cercando la rima, tutto questo infinito paesaggio di vocaboli e sentimenti si restringe e, in questo modo, riesce a contenere anche ciò che provo, che è da sempre troppo forte.
La speranza…
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La speranza è ciò di cui i bambini sono fatti, come la poesia. La mia esperienza in oncologia pediatrica mi ha insegnato una cosa grande, che i bambini sono fatti essi stessi di speranza e che la fiaba la può coltivare anche in noi, creando un ponte di gioia perfino in luoghi densi di dolore. Senza speranza sarebbe inutile scrivere, cosa scriveremmo a fare? Vogliamo dare ai bambini messaggi importanti, i miei libri sono sempre lettere che spedisco a qualcuno che conta nella mia vita ma che poi, tramite l’editore, arrivano per incanto a tante persone. Sono un mezzo di diffusione meraviglioso perché non conosciamo i nostri lettori, se non in piccolissima parte.

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Questo è molto bello ma rappresenta anche una grande responsabilità. Scrivere per i bambini non è, come alcuni pensano, più facile che scrivere per adulti. A una persona che è già cresciuta ti puoi permettere di parlare anche senza pensare troppo, i bambini colgono invece i linguaggi in ogni sfumatura e vengono colpiti in modo fortissimo dall’assenza di speranza. Fortunatamente io per carattere speranza dentro di me ne trovo sempre, per cui non faccio fatica anzi, mi sento compresa dai bambini, colgo i loro messaggi di approvazione quando ho la fortuna di incontrarli e questo mi fa pensare che forse ho inboccato la strada giusta, anche se siamo tutti solo all’inizio del nostro percorso umano e professionale.

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È un dovere di noi scrittori diffondere la speranza che le cose possano cambiare, perché senza speranza non esiste educazione, dobbiamo credere che le persone apprendano sempre nella vita, ce lo insegnano grandi personaggi come Picasso o Maria Lai, rendendoci chiaro che possiamo giocare e quindi sperare anche in tarda età. Così in questo libro a cui tengo moltissimo troverete animali estinti ma anche altri di cui non si sa se sono estinti o nascosti, altri ancora che sono in pericolo di estinzione. Tutti loro parlano rivolgendosi a noi, ci dicono cosa vorrebbero che accadesse, ci mandano un forte messaggio che dobbiamo accogliere insieme, adulti e bambini. Ma i bambini rappresentano il futuro e dunque incarnano la speranza essi stessi: per questo dovremmo avere più fiducia in loro ed affidarci alla saggezza dell’infanzia in questo percorso di consapevolezza e cambiamento.

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 Il confronto con l’altro…
  Gli animali estinti e quelli ancora presenti su questa terra rappresentano la grande ricchezza nella varietà che il mondo, la natura o altro di cui non sappiamo, ci ha donato. Perché l’uomo getti via tutto questo con grande facilità resta un mistero, ma un dubbio ce l’ho sempre e riguarda l’ignoranza delle persone. Ignorare significa non sapere, non conoscere.  Abbiamo il dovere di conoscerci tra esseri diversi e di saper cogliere in questo la grande ricchezza del mondo. Dobbiamo essere curiosi, instancabili nella ricerca di noi stessi, poiché solo così abbandoneremo gli stereotipi essendo ogni persona e ogni essere vivente unico e irripetibile.
 

“Stormo” su AtlantideKids

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Barbara Ferraro ci segnala la recensione di “Stormo” di David Daniel Álvarez Hernández e  María Julia Díaz Garrido  sul blog AtlantideKids, letteratura per l’infanzia. Pone l’accento sulla naturalezza dell’umano bisogno di guardare oltre quello che si ha, di scoprire e conoscere e di come  questo stesso moto si rivolga contro noi stessi  se si  dimenticano  i  buoni propositi che lo hanno generato, come ci dimostrano gli uccelli protagonisti del libro,  che alla fine non si accorgono di essersi ingabbiati da soli.  Ma alla fine una speranza c’è.  E qui la critica lascia che sia il lettore a scoprirla nel libro.

Link alla recensione:

http://atlantidekids.wordpress.com/2014/11/19/uno-stormo-per-librarsi-in-volo-e-rifuggire-gli-eccessi/

Crescere, con un sorriso. “28 storie per ridere” su Andersen.

Lo studioso Walter Fochesato parla delle  “28 storie per ridere”  di Ursula Wolfel e illustrate da Joao Vaz de Carvalho.  Lodando la capacità di questi racconti di far riflettere, senza morali e con felice ribaltamento dei ruoli, sull’importanza del crescere  e dell’essere sé stessi, rifiutando stereotipi  e convenzioni, ci offre ancora una volta una bella critica sulla rivista  Andersen di ottobre.

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Ursula Wölfel, piccola storia di una creatrice di storie- Parte Seconda

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I libri di Ursula Wölfel appartengono alla letteratura infantile e giovanile, ma non si limitano a rappresentare in modo semplice la realtà. Senza ricorrere a figure simbolico fantastiche come maghi, streghe, fate o eroi, invitano i lettori ogni volta a cercare nuove e personali immagini di questo mondo. Nei suoi testi poetici o nei suoi racconti di episodi bizzarri e curiosi , come le raccolte di storie, fa viaggiare la fantasia e gioca con l’assurdo. Narra la doppia faccia della realtà e temi che suscitano risa e sorrisi. Gioca con la varietà dei significati delle parole e delle immagini e ci invita ad avere “un secondo sguardo” su ciò che ci circonda, che potrebbe essere diverso da quello che già conosciamo. Con i suoi testi Ursula Wölfel desiderava aiutare il lettore a ottenere una maggiore conoscenza di se stesso e del mondo, per trovare la  propria voce, e sentirsi meglio nella vita.

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Ursula WölfelMolti bambini non posseggono un linguaggio per esprimere le loro domande, le loro sensazioni e i loro pensieri sui temi importanti della vita. E poiché a volte i genitori leggono libri ai figli, forse potrebbe essere l’occasione per far nascare momenti di conversazione. Il libro per l’infanzia non ha bisogno di offrire risposte assolute. Questo sarebbe in contraddizione con le situazioni individuali di ciascuno e contribuirebbe a creare altre idee preconfezionate. I bambini guardano al futuro, hanno bisogno di molta illusione.

Quando già nella realtà di ognuno di loro ci sono tante cose senza un finale felice, hanno bisogno di sentirsi rassicurati che in qualche momento questo sia accaduto. Tuttavia i bambini non devono attendere passivamente un destino meraviglioso. Nei testi realistici un finale aperto può significare per loro un finale felice, quando indica che ci sono possibilità di soluzione, che possono essere trovate dagli stessi bambini. In questo modo divengono lettori attivi, imparano a pensare e sperimentano in maniera spontanea e gentile il fatto che nella natura umana e nella realtà non ci sono processi rigidi e deterministici.

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 Il primo racconto dell’edizione di Kalandraka di”28 storie per ridere”, quasi un manifesto del libro “LA STORIA DEL BAMBINO CHE RIDEVA SEMPRE

Nei suoi libri, Ursula Wölfel si rivolge alla curiosità dei bambini e a quelli a cui piace fare domande, che desiderano sapere come si può vivere umanamente su questa terra, ai quali non piace accettare le cose così come sono, ma che al di là della constatazione disillusa della realtà, non vogliono perdere l’ottimismo di poter fare qualcosa.

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Le opere dell’autrice compaiono otto volte nella lista di elezione del Deutschen Jugendliteraturpreis  e tre volte nella lista d’onore del Premio Hans-Christian-Andersen

(http://www.ursula-wölfel.de/)

Nel 1969 apparve la prima edizione di “28 storie per ridere“.

Nel 2014 Kalandraka ha ridato voce alle 28  storie in un’edizione originale con le illustrazioni di De Carvalho. Ecco come ne ha parlato Carla Ghisalberti, in una recensione il cui titolo già coglie bene lo spirito di questa riproposta:

Chi ha il coraggio di ridere:

letturacandita.blogspot.it/2014/09/la-borsetta-della-sirena-libri

Un passaggio di un commento all’edizione tedesca, un’interpretazione  di quelle che in Germania sono storie che hanno fatto la storia della letteratura infantile:

“Racconti che hanno accompagnato generazioni e famiglie sia come letture ad alta voce che come primo approccio alla lettura individuale.(…) Storie che sono state lette dalle madri quando erano bambine, e che quindi rivelano di tanto in tanto un certo spirito del “68”, e questo è il bello, qui si rinforza l’idea che un certo disordine e anarchia fortifichino lo spirito dei bambini. Purché i genitori e i bambini si divertano!” (http://www.ursula-wölfel.de/)

C’era una volta un maiale che s’infuriava sempre quando la gente lo chiamava “Maiale”. Preferiva chiamarsi Rosa…” (continua..) da “LA STORIA DEL  MAIALE CHE VOLEVA CHIAMARSI ROSA” (28 storie per ridere, Kalandraka Edizioni, 2014)

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Ursula Wölfel, piccola storia di una creatrice di storie. Prima parte

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La scrittrice tedesca Ursula Wölfel è scomparsa il 23 luglio 2014 all’età di 92 anni. Attraverso la scrittura, sua passione sin da bambina, ha parlato all’infanzia di ieri e di oggi, con quell’universalità che contraddistingue le opere capaci di superare confini spazio temporali. Nata nel 1922 a Hamborn ha vissuto gli anni della Germania sotto la dittatura nazionalsocialista e del dopoguerra. In questo mondo le sue scelte sono state due indissolubili, la scrittura e l’infanzia. Le “28 storie per ridere” che Kalandraka ha ripresentato in una nuova versione con illustrazioni del portoghese Joao Vãz de Carvalho, sono un invito silenzioso a capovolgere il prestabilito, l’ordine e la visione degli avvenimenti, dunque dell’esistenza umana. Quella visione che il bambino è aperto ad accogliere se gli viene data la possibliità di liberarla, e che è, proprio in quanto interpretazione del reale, illusione e verità. Quindi possibilità, quindi alla fine fiducia. Le stesse verità della Storia, con i suoi drammi che hanno coinvolto i bambini, ma anche con le sue speranze. Una Storia le cui storie non bisogna nascondere ai giovanissimi. Piuttosto, offrire finali aperti, accompagnare il bambino a trovare la sua conclusione perché abbia un senso la narrazione partendo da quelle verità difficili. Così il giovane sarà più facilmente lettore attivo del libro e della vita. Delle numerosissime opere della scrittrice non sono molti i titoli tradotti nel nostro paese. Coerentemente con la scelta della pubblicazione di “28 storie per ridere” desideriamo offrire una visione di questa autrice al pubblico italiano, seguendo un po’ il percorso  bibliografico che ha preceduto i racconti. Con immagini e un racconto dal libro edito da Kalandraka, vi proponiamo in due parti  alcuni passaggi dal suo sito ufficiale tedesco.  Pezzi di interviste all’autrice si intervallano a  riflessioni del ricercartore e professore Malte Dahrendorf, studioso di pedagogia e letteratura infantile, che ha, tra le altre cose,  approfondito il tema della produzione letteraria per l’infanzia durante la seconda guerra mondiale e della rappresentazione di essa nella letteratura infantile e giovanile.  

Ursula Wölfel

Ursula Wölfel era nata il 16 settembre del 1922 ad Hamborn (città della regione della Ruhr), ultima di quattro fratelli. Il padre era direttore dell’orchestra della città di Hamborn, all’epoca importante nucleo dell’industria pesante e che fu poi assimilata a Duisburg. La madre, Luise, era maestra di scuola primaria e secondaria per bambine. Come si usava all’epoca smise di lavorare dopo il matrimonio. I genitori avevano un conservatorio di musica privato, che dovettero chiudere dopo la prima guerra mondiale.

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Ursula Wölfel: ero la più giovane di quattro fratelli, inoltre ero arrivata abbastanza tardi. Per questo motivo ho avuto tutti i vantaggi di un figlio unico, ero molto viziata. Allo stesso tempo avevo il vantaggio di avere fratelli stimolanti che, ad esempio, mi hanno insegnato a leggere molto presto perché non avevano voglia di leggere per me tutte le volte che piagnucolavo. Essendo molto più grandi di me, passavo abbastanza tempo da sola. I miei genitori non erano più tanto giovani, quando sono nata avevano quaranta anni. Mio padre era direttore d’orchestra e musicista, aveva pochissimo tempo libero e mia madre doveva aiutarlo molto. Per questo io trascorrevo quasi tutti i giorni nell’orto di famiglia, stavo sempre fuori e dovevo rientrare solamente all’imbrunire. Da bambina già scrivevo. A dieci anni con la classe mettemmo in scena la prima rappresentazione teatrale scritta da me. Questo ci veniva un po’ dalla mia famiglia, mia madre era una persona piena di fantasia, che sapeva narrare stupendamente e che capiva bene i giochi e tutto quello che era fuori dagli schemi prestabiliti. Lo scrivere per me ha molto a che fare col fatto che amo spiegare e trasformare in parole quello che vivo. È in assoluto un piacere che concedo a me stessa.

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1943                                        1952

Ursula Wölfel studiò germanistica, storia, filosofia e psicologia a Heidelberg. Nel 1943 sposò l’architetto Heinrich Wölfel, e un anno più tardi nacque la figlia Bettina. Il marito morì nel 1945 come prigioniero di guerra. Dopo la guerra lavorò come aiutante in una scuola. Studiò per diventare maestra di scuola primaria e lavorò come assistente presso l’Istituto Pedagogico Jegenheim in Bergstrase. Dal 1951 al 1954 studiò germanistica, storia dell’arte e pedagogia presso l’Università di Francoforte. Dal 1955 al 1958 tenne lezioni come insegnante di educazione speciale a Darmstadt e, nei primi anni 60, fu collaboratrice accademica del Prof. Dr Klaus Doderer nel periodo della costruzione dell’Istituto per la ricerca giovanile. Nel 1959 apparve il suo primo libro per l’infanzia Der rote Rächer und die glücklichen Kinder  e lo stesso anno il secondo “Fligender Stern” (“Augh, stella cadente”, in Italia edito nel 1993 da Piemme ndr) entrambi pubblicati da Hoch-Verlag

Ursula Wölfel: “In quel periodo lavoravo come insegnante di educazione speciale ma pensavo già a scrivere. Una mia amica libraia lo sapeva, e diceva che voleva mettermi alla prova. Conosceva un editore. Dovevo terminare il manoscritto in tempo per una fiera del libro che si sarebbe tenuta dopo sei settimane. Così inizia a scrivere sei settimane prima della fiera. Lavorai giorno e notte, con un coinvolgimento inverosimile. Non ho mai più scritto con così tanto entusiasmo. Durante le parti divertenti ridevo a voce alta, e mentre scrivevo quelle commoventi piangevo a calde lacrime. Ero totalmente immersa, altrimenti non avrei potuto farlo in così poco tempo. Il manoscritto era pronto e finito dopo sei settimane, perfettamente battuto a macchina anche se scritto male  da un punto di vista linguistico. Lo revisionai almeno cinque volte. Ma questo era solo l’inizio”.

 

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In seguito, ogni anno apparve un nuovo libro. Con la quarta opera  ottenne nel 1962 il primo riconoscimento importante, il  Deutschen Jugendbuchpreis (premio tedesco per la letteratura giovanile)

I suoi libri sono considerati innovativi sotto vari aspetti per la letteratura infantile. Nel racconto giovanile “Mond, mond, mond” (luna, luna, luna) , apparso nel 1962 Ursula Wölfel affrontò un tema che nel 1970, con “Die grauen und die grünen Felder ” (i grigi e i verdi campi), dette spontaneamente vita a un genere letterario. In “Mond, mond, mond” narra una storia d’amore poetica sullo sfondo della persecuzione di nomadi e dei gitani ai tempi del nazismo. In “Die grauen und die grünen Felder” si rappresenta, in quattordici racconti un mondo realista e conflittuale, un mondo che non è sempre buono ma vulnerabile.

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Ursula Wölfel: Nessun altro libro per l’infanzia è stato per me tanto importante sin dall’inizio come questo. Nel 1968 avevo scritto circa dieci libri per l’infanzia e testi di libri illustrati, oltre a un abecedario, innumerevoli testi per libri di lettura e più di cinquanta “raccolte” e “storie da ridere” di fantasia sfrenata. Ora desideravo raccontare anche vicende infantili vere e collezionai tra gli amici storie della loro infanzia, ricordi, che erano stati importanti per questi uomini e donne adulti. Mi aspettavo cose divertenti, anche  pensierose e interessanti sull’infanzia da quaranta fino a sessant’anni prima. Ci sarebbero state anche retrospettive idealizzate con nostalgia, pensavo. Ma giunse l’inaspettato: quello che mi raccontarono, sopratutto a voce, a volte anche per scritto, furono, senza eccezione, le esperienze vitali più profonde. (…) A questo proposito ricevetti anche una cronaca commovente di un’amica che lavorò in Africa (e più tardi in Sud America), e informazioni da Friedensdorf di Oberhausen (iniziativa internazionale che aiuta i bambini malati in zone di guerra e regioni svantaggiate n.d.r) su bambini che erano stati gravemente feriti durante la guerra in Vietnam.

Dovevo raccontare questo a tutti i bambini? Certo. Perché tutte queste cose brutte erano accadute a bambini. I miei testi trovarono il loro modo di farlo: l’informazione laconica, mantenendo la distanza, senza permettermi sentimenti. Dove c’era bisogno di offrire conforto, lo prometteva il finale aperto dei racconti brevi. Non si nascondeva quello che era accaduto, e allo stesso tempo si apriva uno spiraglio per altre possibilità, più gioiose

Il libro “Die grauen und die gruenen Fielder” è considerato uno dei libri più importanti della letteratura infantile del dopoguerra.

Come dichiara il Prof. Malte Dahrendorf: “si trattava di un piccolo opuscolo con 14 storie su un mondo disgraziato, una procellosa apertura della letteratura infantile alla critica sociale, relativa ai problemi e alle rappresentazioni di conflitti; quasi tutti i tabù della letteratura infantile esistenti fino a quel momento trovarono qui  un punto di rottura. Allo stesso tempo il libro dette il via alla letteratura infantile e giovanile orientata su temi legati all’emancipazione degli anni 70: pregiudizi e minoranze, razzismo, nuove forme di convivenza e di famiglia, problemi sociali. L’autrice ebbe il coraggio di introdurre la sincerità esterna e interna dei racconti brevi nella letteratura infantile.”  (fine prima parte) 

http://www.ursula-wölfel.de/

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Traduzione dal tedesco di Anna Porta Serra e redazione Kalandraka

“28 storie per ridere” su Amemì

Sono due le segnalazioni di libri di Kalandraka su Amemì di luglio agosto 2014

Tra le novità ci sono “Gli Imperdibili”. Si parla delle “28 storie per ridere” di Ursula Wolfel con illustrazioni originali del portoghese Joao Vaz de Carvalho.

La recente scomparsa dell’autrice tedesca è stata da noi citata condividendo un articolo dal suo sito tedesco (http://www.ursula-wölfel.de/). Ci è stato detto da chi ha appena letto il libro che la ricorderemo con un sorriso. Niente di più giusto. Ecco come Virna Marcacci suggerisce il libro sulla rivista delle librerie Mondadori.

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Gli altri sono, indovinate un po’? i “Nonni” di Chema Heras e Rosa Osuna. Amatissimo albo del nostro catalogo. Ne parliamo in un altro post.

“È non è” nella selezione internazionale Outsdanding Books di Ibby

“È non è” di Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer si riconferma nella lista dei libri dell’ Outstanding Books for Young People with Disabilities 2013, comparendo nel catalogo giapponese. Si tratta di una selezione d’eccellenza promossa da Ibby (International Board on Books for Young People) International e curata dal Centro di Documentazione Ibby sulla disabilità

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IBBY promuove a livello internazionale il diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura, creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini,specialmente nei Paesi in via di sviluppo.
Ogni sezione nazionale di IBBY ha come obiettivo quello di promuovere la letteratura per l’infanzia del proprio Paese.
Ogni due anni, sulla base delle candidature presentate dalle sezioni nazionali, il Centro Documentazione IBBY seleziona la migliore produzione editoriale dedicata a bambini e ragazzi disabili nelle seguenti categorie:
-libri espressamente creati per bambini con disabilità (ad esempio in Braille, con simboli BLISS, ecc.);
– libri della produzione regolare, che si distinguono per essere letti anche da bambini con disabilità
-libri che hanno per protagonisti o parlano di bambini e ragazzi con disabilità (http://www.bibliotecasalaborsa.it/ibby/documenti/8301)

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La premessa delle categorie è sempre il valore artistico e letterario del libro scelto. Il diritto alla buona lettura significa quindi anche diritto al bello, inteso come esperienza estetica, che unisce, che comprende e non esclude. Il libro è inteso come vissuto e possibilità di ponte e confronto con il proprio percorso. La scelta richiede un lavoro incessante di indagine, di riflessioni sui parametri, in cui appunto non può  mancare la considerazione del libro in ogni sua parte di cura. In questo tipo di ottica si inserisce a maggior ragione, nella terza categoria,  l’opera di Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer,  definita “un’approssimazione poetica al tema dell’autismo” nella scheda dell’editore e che non impone mai al lettore un unico punto di vista o una premessa categorizzante. Parole e immagini si fondono in una opportunità di fruizione estetica del libro. Protagonista è la voce di un bambino, che parla della sorellina con cui abita.

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L’autore ha scelto così, partendo da una sua esperienza personale di adulto nel teatro a contatto la realtà dell’autismo,  di far parlare il suo sentimento rispetto a questo trascorso richiamando la sua voce di bambino e trascendendola. Lo sguardo dell’infanzia privo di categorie, universalizza e allo stesso tempo mette a nudo le emozioni, le angosce, le domande. Ed è  il bambino che ci riporta alla fine  a una domanda originaria sulle cose : “esistono due foglie uguali?” No, niente e nessuno è uguale- Uguale a cosa? Se la comprensione è innanzitutto un atto poetico, un sentimento che avvolge,  più che un atto elaborato,  il bambino e, dunque, la capacità di questo libro di farlo protagonista,  ne sono i maggiori interpreti.

https://libripersognare.wordpress.com/?s=marco+berrettoni+carrara

https://libripersognare.wordpress.com/2013/01/13/e-non-e-nella-selezione-internazionale-outstanding-books-for-young-people-with-disabilities-2013/

 

 

Gli appuntamenti per il pubblico a Bologna Children’s Book Fair

Da lunedì 24 a giovedì 27 marzo 2014 siamo a Bologna Children’s Book Fair. Ci trovate al pagidlione 26 stand B2.

Oltre ai nostri libri, le novità “La mamma” di Mariana Ruiz Johnson e “Nel bosco” di Anthony Browne e i titoli del nostro catalogo, vi aspetta un calendario ricco di incontri. Ecco i nomi uno per uno con le date per le firme dei libri.

Ricordiamo a tutti gli autori e illustratori che sarà possibile lasciare lavori da farci visionare nell’ illustrator box. Tutto sarà guardato con calma in un periodo concordato dopo la fiera.

Grazie a tutti quelli che passeranno a trovarci

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Allo Spazio Libro si gioca con “Pecorella dammi lana”

Terzo appuntamento allo Spazio Libro per Kalandraka.

Il 22 e il 29 marzo si racconterà e si giocherà con “Pecorella dammi lana”, testo Isabel Minhos Martins e illustrazioni di Yara Kono.

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Fai clic per accedere a Pecorella-dammi-lana-IT_01.pdf

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