Archivi tag: Joao Vaz de Carvalho

“La nonna addormentata” su Lettura Candita

Carla Ghisalberti ci segnala la sua riflessione su “La nonna addormentata”.

“Qui Roberto Parmeggiani (concedetevi due passi nel suo blog) va in direzione contraria: morire è per quella nonna svoltare e andare verso la liberazione. Per quel bambino che rimane, l’assenza assume così un senso diverso e addolcisce il peso della perdita senza ritorno. Forse.”

Link alla recensione completa dal blog ” Lettura candita”

http://letturacandita.blogspot.it/

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La morale nella tradizione della favola. “28 storie per ridere” su Mangialibri

Sul blog Mangialibri si parla di “28 storie per ridere” di Ursula Wölfel con le illustrazioni di  João Vaz de Carvalho. Annalisa Scarpa parla di morale della favola citando Esopo, anche nelle storie dell’autrice tedesca dove la morale è presente come ribaltamento della stessa. Perché, dice,  questa è  “la tradizione della favola”.  Link alla recensione.

http://www.mangialibri.com/node/16038).

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Crescere, con un sorriso. “28 storie per ridere” su Andersen.

Lo studioso Walter Fochesato parla delle  “28 storie per ridere”  di Ursula Wolfel e illustrate da Joao Vaz de Carvalho.  Lodando la capacità di questi racconti di far riflettere, senza morali e con felice ribaltamento dei ruoli, sull’importanza del crescere  e dell’essere sé stessi, rifiutando stereotipi  e convenzioni, ci offre ancora una volta una bella critica sulla rivista  Andersen di ottobre.

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Ursula Wölfel, piccola storia di una creatrice di storie- Parte Seconda

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I libri di Ursula Wölfel appartengono alla letteratura infantile e giovanile, ma non si limitano a rappresentare in modo semplice la realtà. Senza ricorrere a figure simbolico fantastiche come maghi, streghe, fate o eroi, invitano i lettori ogni volta a cercare nuove e personali immagini di questo mondo. Nei suoi testi poetici o nei suoi racconti di episodi bizzarri e curiosi , come le raccolte di storie, fa viaggiare la fantasia e gioca con l’assurdo. Narra la doppia faccia della realtà e temi che suscitano risa e sorrisi. Gioca con la varietà dei significati delle parole e delle immagini e ci invita ad avere “un secondo sguardo” su ciò che ci circonda, che potrebbe essere diverso da quello che già conosciamo. Con i suoi testi Ursula Wölfel desiderava aiutare il lettore a ottenere una maggiore conoscenza di se stesso e del mondo, per trovare la  propria voce, e sentirsi meglio nella vita.

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Ursula WölfelMolti bambini non posseggono un linguaggio per esprimere le loro domande, le loro sensazioni e i loro pensieri sui temi importanti della vita. E poiché a volte i genitori leggono libri ai figli, forse potrebbe essere l’occasione per far nascare momenti di conversazione. Il libro per l’infanzia non ha bisogno di offrire risposte assolute. Questo sarebbe in contraddizione con le situazioni individuali di ciascuno e contribuirebbe a creare altre idee preconfezionate. I bambini guardano al futuro, hanno bisogno di molta illusione.

Quando già nella realtà di ognuno di loro ci sono tante cose senza un finale felice, hanno bisogno di sentirsi rassicurati che in qualche momento questo sia accaduto. Tuttavia i bambini non devono attendere passivamente un destino meraviglioso. Nei testi realistici un finale aperto può significare per loro un finale felice, quando indica che ci sono possibilità di soluzione, che possono essere trovate dagli stessi bambini. In questo modo divengono lettori attivi, imparano a pensare e sperimentano in maniera spontanea e gentile il fatto che nella natura umana e nella realtà non ci sono processi rigidi e deterministici.

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 Il primo racconto dell’edizione di Kalandraka di”28 storie per ridere”, quasi un manifesto del libro “LA STORIA DEL BAMBINO CHE RIDEVA SEMPRE

Nei suoi libri, Ursula Wölfel si rivolge alla curiosità dei bambini e a quelli a cui piace fare domande, che desiderano sapere come si può vivere umanamente su questa terra, ai quali non piace accettare le cose così come sono, ma che al di là della constatazione disillusa della realtà, non vogliono perdere l’ottimismo di poter fare qualcosa.

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Le opere dell’autrice compaiono otto volte nella lista di elezione del Deutschen Jugendliteraturpreis  e tre volte nella lista d’onore del Premio Hans-Christian-Andersen

(http://www.ursula-wölfel.de/)

Nel 1969 apparve la prima edizione di “28 storie per ridere“.

Nel 2014 Kalandraka ha ridato voce alle 28  storie in un’edizione originale con le illustrazioni di De Carvalho. Ecco come ne ha parlato Carla Ghisalberti, in una recensione il cui titolo già coglie bene lo spirito di questa riproposta:

Chi ha il coraggio di ridere:

letturacandita.blogspot.it/2014/09/la-borsetta-della-sirena-libri

Un passaggio di un commento all’edizione tedesca, un’interpretazione  di quelle che in Germania sono storie che hanno fatto la storia della letteratura infantile:

“Racconti che hanno accompagnato generazioni e famiglie sia come letture ad alta voce che come primo approccio alla lettura individuale.(…) Storie che sono state lette dalle madri quando erano bambine, e che quindi rivelano di tanto in tanto un certo spirito del “68”, e questo è il bello, qui si rinforza l’idea che un certo disordine e anarchia fortifichino lo spirito dei bambini. Purché i genitori e i bambini si divertano!” (http://www.ursula-wölfel.de/)

C’era una volta un maiale che s’infuriava sempre quando la gente lo chiamava “Maiale”. Preferiva chiamarsi Rosa…” (continua..) da “LA STORIA DEL  MAIALE CHE VOLEVA CHIAMARSI ROSA” (28 storie per ridere, Kalandraka Edizioni, 2014)

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Ursula Wölfel, piccola storia di una creatrice di storie. Prima parte

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La scrittrice tedesca Ursula Wölfel è scomparsa il 23 luglio 2014 all’età di 92 anni. Attraverso la scrittura, sua passione sin da bambina, ha parlato all’infanzia di ieri e di oggi, con quell’universalità che contraddistingue le opere capaci di superare confini spazio temporali. Nata nel 1922 a Hamborn ha vissuto gli anni della Germania sotto la dittatura nazionalsocialista e del dopoguerra. In questo mondo le sue scelte sono state due indissolubili, la scrittura e l’infanzia. Le “28 storie per ridere” che Kalandraka ha ripresentato in una nuova versione con illustrazioni del portoghese Joao Vãz de Carvalho, sono un invito silenzioso a capovolgere il prestabilito, l’ordine e la visione degli avvenimenti, dunque dell’esistenza umana. Quella visione che il bambino è aperto ad accogliere se gli viene data la possibliità di liberarla, e che è, proprio in quanto interpretazione del reale, illusione e verità. Quindi possibilità, quindi alla fine fiducia. Le stesse verità della Storia, con i suoi drammi che hanno coinvolto i bambini, ma anche con le sue speranze. Una Storia le cui storie non bisogna nascondere ai giovanissimi. Piuttosto, offrire finali aperti, accompagnare il bambino a trovare la sua conclusione perché abbia un senso la narrazione partendo da quelle verità difficili. Così il giovane sarà più facilmente lettore attivo del libro e della vita. Delle numerosissime opere della scrittrice non sono molti i titoli tradotti nel nostro paese. Coerentemente con la scelta della pubblicazione di “28 storie per ridere” desideriamo offrire una visione di questa autrice al pubblico italiano, seguendo un po’ il percorso  bibliografico che ha preceduto i racconti. Con immagini e un racconto dal libro edito da Kalandraka, vi proponiamo in due parti  alcuni passaggi dal suo sito ufficiale tedesco.  Pezzi di interviste all’autrice si intervallano a  riflessioni del ricercartore e professore Malte Dahrendorf, studioso di pedagogia e letteratura infantile, che ha, tra le altre cose,  approfondito il tema della produzione letteraria per l’infanzia durante la seconda guerra mondiale e della rappresentazione di essa nella letteratura infantile e giovanile.  

Ursula Wölfel

Ursula Wölfel era nata il 16 settembre del 1922 ad Hamborn (città della regione della Ruhr), ultima di quattro fratelli. Il padre era direttore dell’orchestra della città di Hamborn, all’epoca importante nucleo dell’industria pesante e che fu poi assimilata a Duisburg. La madre, Luise, era maestra di scuola primaria e secondaria per bambine. Come si usava all’epoca smise di lavorare dopo il matrimonio. I genitori avevano un conservatorio di musica privato, che dovettero chiudere dopo la prima guerra mondiale.

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Ursula Wölfel: ero la più giovane di quattro fratelli, inoltre ero arrivata abbastanza tardi. Per questo motivo ho avuto tutti i vantaggi di un figlio unico, ero molto viziata. Allo stesso tempo avevo il vantaggio di avere fratelli stimolanti che, ad esempio, mi hanno insegnato a leggere molto presto perché non avevano voglia di leggere per me tutte le volte che piagnucolavo. Essendo molto più grandi di me, passavo abbastanza tempo da sola. I miei genitori non erano più tanto giovani, quando sono nata avevano quaranta anni. Mio padre era direttore d’orchestra e musicista, aveva pochissimo tempo libero e mia madre doveva aiutarlo molto. Per questo io trascorrevo quasi tutti i giorni nell’orto di famiglia, stavo sempre fuori e dovevo rientrare solamente all’imbrunire. Da bambina già scrivevo. A dieci anni con la classe mettemmo in scena la prima rappresentazione teatrale scritta da me. Questo ci veniva un po’ dalla mia famiglia, mia madre era una persona piena di fantasia, che sapeva narrare stupendamente e che capiva bene i giochi e tutto quello che era fuori dagli schemi prestabiliti. Lo scrivere per me ha molto a che fare col fatto che amo spiegare e trasformare in parole quello che vivo. È in assoluto un piacere che concedo a me stessa.

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1943                                        1952

Ursula Wölfel studiò germanistica, storia, filosofia e psicologia a Heidelberg. Nel 1943 sposò l’architetto Heinrich Wölfel, e un anno più tardi nacque la figlia Bettina. Il marito morì nel 1945 come prigioniero di guerra. Dopo la guerra lavorò come aiutante in una scuola. Studiò per diventare maestra di scuola primaria e lavorò come assistente presso l’Istituto Pedagogico Jegenheim in Bergstrase. Dal 1951 al 1954 studiò germanistica, storia dell’arte e pedagogia presso l’Università di Francoforte. Dal 1955 al 1958 tenne lezioni come insegnante di educazione speciale a Darmstadt e, nei primi anni 60, fu collaboratrice accademica del Prof. Dr Klaus Doderer nel periodo della costruzione dell’Istituto per la ricerca giovanile. Nel 1959 apparve il suo primo libro per l’infanzia Der rote Rächer und die glücklichen Kinder  e lo stesso anno il secondo “Fligender Stern” (“Augh, stella cadente”, in Italia edito nel 1993 da Piemme ndr) entrambi pubblicati da Hoch-Verlag

Ursula Wölfel: “In quel periodo lavoravo come insegnante di educazione speciale ma pensavo già a scrivere. Una mia amica libraia lo sapeva, e diceva che voleva mettermi alla prova. Conosceva un editore. Dovevo terminare il manoscritto in tempo per una fiera del libro che si sarebbe tenuta dopo sei settimane. Così inizia a scrivere sei settimane prima della fiera. Lavorai giorno e notte, con un coinvolgimento inverosimile. Non ho mai più scritto con così tanto entusiasmo. Durante le parti divertenti ridevo a voce alta, e mentre scrivevo quelle commoventi piangevo a calde lacrime. Ero totalmente immersa, altrimenti non avrei potuto farlo in così poco tempo. Il manoscritto era pronto e finito dopo sei settimane, perfettamente battuto a macchina anche se scritto male  da un punto di vista linguistico. Lo revisionai almeno cinque volte. Ma questo era solo l’inizio”.

 

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In seguito, ogni anno apparve un nuovo libro. Con la quarta opera  ottenne nel 1962 il primo riconoscimento importante, il  Deutschen Jugendbuchpreis (premio tedesco per la letteratura giovanile)

I suoi libri sono considerati innovativi sotto vari aspetti per la letteratura infantile. Nel racconto giovanile “Mond, mond, mond” (luna, luna, luna) , apparso nel 1962 Ursula Wölfel affrontò un tema che nel 1970, con “Die grauen und die grünen Felder ” (i grigi e i verdi campi), dette spontaneamente vita a un genere letterario. In “Mond, mond, mond” narra una storia d’amore poetica sullo sfondo della persecuzione di nomadi e dei gitani ai tempi del nazismo. In “Die grauen und die grünen Felder” si rappresenta, in quattordici racconti un mondo realista e conflittuale, un mondo che non è sempre buono ma vulnerabile.

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Ursula Wölfel: Nessun altro libro per l’infanzia è stato per me tanto importante sin dall’inizio come questo. Nel 1968 avevo scritto circa dieci libri per l’infanzia e testi di libri illustrati, oltre a un abecedario, innumerevoli testi per libri di lettura e più di cinquanta “raccolte” e “storie da ridere” di fantasia sfrenata. Ora desideravo raccontare anche vicende infantili vere e collezionai tra gli amici storie della loro infanzia, ricordi, che erano stati importanti per questi uomini e donne adulti. Mi aspettavo cose divertenti, anche  pensierose e interessanti sull’infanzia da quaranta fino a sessant’anni prima. Ci sarebbero state anche retrospettive idealizzate con nostalgia, pensavo. Ma giunse l’inaspettato: quello che mi raccontarono, sopratutto a voce, a volte anche per scritto, furono, senza eccezione, le esperienze vitali più profonde. (…) A questo proposito ricevetti anche una cronaca commovente di un’amica che lavorò in Africa (e più tardi in Sud America), e informazioni da Friedensdorf di Oberhausen (iniziativa internazionale che aiuta i bambini malati in zone di guerra e regioni svantaggiate n.d.r) su bambini che erano stati gravemente feriti durante la guerra in Vietnam.

Dovevo raccontare questo a tutti i bambini? Certo. Perché tutte queste cose brutte erano accadute a bambini. I miei testi trovarono il loro modo di farlo: l’informazione laconica, mantenendo la distanza, senza permettermi sentimenti. Dove c’era bisogno di offrire conforto, lo prometteva il finale aperto dei racconti brevi. Non si nascondeva quello che era accaduto, e allo stesso tempo si apriva uno spiraglio per altre possibilità, più gioiose

Il libro “Die grauen und die gruenen Fielder” è considerato uno dei libri più importanti della letteratura infantile del dopoguerra.

Come dichiara il Prof. Malte Dahrendorf: “si trattava di un piccolo opuscolo con 14 storie su un mondo disgraziato, una procellosa apertura della letteratura infantile alla critica sociale, relativa ai problemi e alle rappresentazioni di conflitti; quasi tutti i tabù della letteratura infantile esistenti fino a quel momento trovarono qui  un punto di rottura. Allo stesso tempo il libro dette il via alla letteratura infantile e giovanile orientata su temi legati all’emancipazione degli anni 70: pregiudizi e minoranze, razzismo, nuove forme di convivenza e di famiglia, problemi sociali. L’autrice ebbe il coraggio di introdurre la sincerità esterna e interna dei racconti brevi nella letteratura infantile.”  (fine prima parte) 

http://www.ursula-wölfel.de/

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Traduzione dal tedesco di Anna Porta Serra e redazione Kalandraka

Il questionario di Kalandraka, 12 domande a João Vaz de Carvalho

Presentiamo João Vaz de Carvalho. I suoi disegni sono protagonisti dell’edizione di Kalandraka di “28 storie per ridere”, brevi racconti di Ursula Wölfel, autrice recentemente scomparsa, definita in Germania la Rodari tedesca (http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/morta-Ursula-Wolfel-la-Rodari-tedesca-che-con-le-sue-favole-ha-fatto-ridere-i-bambini-a1a82cf2-1feb-4276-b5b5-29ce4f16585b.html).

Carla Ghisalberti nella sua recensione dedicata al libro dichiara che se le storie l’hanno fatta ridere tutte, tranne una (che non ci rivela) le illustrazioni hanno compensato questa unica mancanza.  ( http://letturacandita.blogspot.it/2014/09/la-borsetta-della-sirena-libri-per.html).
Le nostre 12 domande dedicate agli illustratori oggi si rivolgono a questo artista portoghese, capace di cogliere nelle sue immagini l’aspetto umoristico e tragicomico dell’esistenza, e  il cui desiderio rispetto alle proposte degli editori è che gli venga commissionata una storia da realizzare solo per immagini.

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 Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Credo sia stato mio nonno ad avermi regalato il primo astuccio di matite colorate. Aveva un piccolo negozio dove si vendevano generi alimentari, articoli religiosi, articoli per la scuola e varie altre cose. Vi si vendevano confezioni da sei e altre da dodici matite. La maggior parte dei ragazzini potevano comprare solo la scatola da sei. Io, essendo il nipote, ne vantavo una da dodici. Mi sentivo un privilegiato.

È venuto prima il disegno o il colore?

Credo di aver iniziato prima a colorare, ricordo due libri da colorare, mi piaceva molto. Mi ricordo anche che nei miei libri di scuola c’erano poche illustrazioni, avevano appena qualche stampa in bianco e nero, belle, ma tristi. In classe passavo il tempo a colorarle.

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Ricordo di un sogno, che più che altro era un incubo. In casa mia c’era un lungo corridoio, alla fine del quale si trovava una camera, poco accessibile per me, perché era quella dei miei nonni. La notte sognavo di trovarmi in mezzo al corridoio, nel buio, e di camminare verso la stanza. Da lì usciva una figura grande, dai contorni indefiniti e molto spaventosa, sempre occupata a fare strane cose, non saprei dire cosa esattamente, e cercava di afferrarmi. Non mi faceva mai del male perché mi svegliavo sempre nel momento in cui stava per prendermi.
Rammento che, a forza di fare questo sogno tante volte, creai una certa complicità con questa figura, divenne qualcosa di naturale, che quasi mi aspettavo, e così inziò a farmi meno paura.
Che storie preferivi da piccolo?

Tra le tante, mi vengono in mente sopratutto “João e o pé de feijão (Giacomino e il fagiolo magico), “Pierino e il lupo” e “Pinocchio”.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?
Confesso che le storie che mi affascinavano di più erano quelle che si raccontano quasi solo con un’ immagine, senza bisogno del testo. Ancora oggi preferisco questo tipo di approccio. Ci sono testi che sono estremamente appetitosi da essere illustrati. Ricordo, ad esempio, che desideravo illustrare “As aventuras de João sem medo” , solo perché adoravo la storia, un’idea sulla quale ho iniziato a lavorare ma che non ho mai concluso.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratore di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando ho iniziato ad illustrare, dipingevo ed esponevo già da un po’ di tempo. Sono state le caratteristiche dei miei quadri a far sì che mi arrivassero proposte per iniziare a disegnare per la stampa. Solo più tardi sono diventato illustratore di libri.

Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

È stato completamente intuitivo. Sono un auto didatta. Nonostante abbia lavorato per un periodo a Coimbra, presso l’atelier del Maestro Vasco Berardo, dal quale ho imparato molto, ero ben lontano da immaginare che un giorno della mia vita sarei divenuto pittore e illustratore.

Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Per le forti emozioni che mi risvegliano, posso citare Pieter Bruegel, Hieronymus Bosch e Vincent Van Gogh, come primi responsabili di avermi fatto intraprendere il cammino della pittura e dell’illustrazione.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

La più importante fonte di ispirazione sono i ricordi, la memoria. In un certo senso, ogni volta che realizzo un lavoro è come se stessi rivivendo qualche vicenda passata. È un’influenza fondamentale. Questo flusso di ricordi continua ad essere alimentato quotidianamente. Non comprendo il processo che fa emergere un ricordo piuttosto che un altro, è qualcosa che non obbedisce ad una logica riconoscibile. Sembra che ci sia un filtro che fa venire a galla un avvenimento insignificante e me ne fa accantonare un altro importante. Non mi pongo troppe domande su questo, ma forse ha a che fare con il mio senso dell’umorismo.

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Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

Normalmente uso l’acrilico su carta o su tela. Sono i miei materiali preferiti.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?
Impegno/perseveranza. Esser auto-critico ed essere sempre disponibile a correggere gli errori. Lavorare tanto e non desistere finché non si è raggiunto il risultato desiderato. Disegno. Ritengo fondamentale saper disegnare. Il disegno è determinante per qualsiasi lavoro. Disegnare molto, è indispensabile. Ogni illustratore ha bisogno di avere un percorso personale. È molto importante che lo trovi dentro di sé. Solo se incontrerà un proprio linguaggio riuscirà a distinguersi dagli altri.

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Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Pubblicare un libro solo con le mie immagini/storie e senza testo.

“28 storie per ridere” su Amemì

Sono due le segnalazioni di libri di Kalandraka su Amemì di luglio agosto 2014

Tra le novità ci sono “Gli Imperdibili”. Si parla delle “28 storie per ridere” di Ursula Wolfel con illustrazioni originali del portoghese Joao Vaz de Carvalho.

La recente scomparsa dell’autrice tedesca è stata da noi citata condividendo un articolo dal suo sito tedesco (http://www.ursula-wölfel.de/). Ci è stato detto da chi ha appena letto il libro che la ricorderemo con un sorriso. Niente di più giusto. Ecco come Virna Marcacci suggerisce il libro sulla rivista delle librerie Mondadori.

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Gli altri sono, indovinate un po’? i “Nonni” di Chema Heras e Rosa Osuna. Amatissimo albo del nostro catalogo. Ne parliamo in un altro post.