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Impronte di visioni, un master di illustrazione a grande respiro

Stamani si è tenuta la presentazione di alcune delle classi del master di illustrazione Impronte di Visioni. Al master parteciperà anche Lola Barceló, direttrice di Kalandraka Italia con una lezione dal titolo “Dall’albo al libro illustrato: viaggio di andata e ritorno” che si terrà il 27 febbraio. Tutto il percorso inizierà il 13 febbraio e si concluderà il 6 giugno 2015, nei locali della Scuola Internazionale di Comics di Firenze.  Tra i docenti anche Arianna Papini, autrice per Kalandraka di “Chi vorresti essere?”, “È una parola”, “Cari estinti”.

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Ed è un caro estinto il protagonista della locandina del master, il coguaro, ritratto proprio da Arianna Papini nel suo libro dedicato ad alcune delle specie estinte negli ultimi tempi per mano dell’ uomo, “Cari estinti”, appunto.

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Alla mattinata di presentazione hanno partecipato oltre a Lola Barceló: Teresa Porcella della libreria Cuccumeo, responsabile del corso, lo scrittore argentino Jorge Luján, le illustratrici Sophie Fatus e Brunella Baldi, Arianna Papini, Barbara Schiaffino della rivista e del premio Andersen.

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Diverse figure professionali  per un corso insomma che vuole dare una panoramica ampia, in cui non ci si limiti all’idea tecnica dell’illustrare ma in cui si parte dal riacquistare la capacità del creare, quella personale di cui  ognuno di noi è dotato ma che da molto presto ci si esercita a mettere da parte e dimenticare. Un confronto, poi, col mondo dell’editoria, fondamentale, per chi voglia intraprendere professionalmente la strada dell’ illustrazione,  che porta al libro.  Molti gli spunti teorici e filosofici dell’incontro di stamani.  E mancavano tutti quelli che non erano riusciti a raggiungere Firenze ma che terranno classi all’interno del corso.

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Non potendo fare un resconto dell’evento e non essendone neppure intenzione in questa sede, sceglierei le parole con cui Lola Barceló ha chiuso la mattinata facendo appallo a Gianni Rodari e alla sua nota storia del signore con l’orecchio acerbo,  che rispecchia l’ idea della direttrice di Kalandraka degli elementi fondamentali per lavorare con l’arte e l’infanzia e simboleggiano bene lo spirito del corso, perché l’orecchio acerbo:

“mi serve per capire,

le cose che i grandi non stanno mai a sentire:

ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,

le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,

capisco anche i bambini quando dicono cose

che a un orecchio maturo sembrano misteriose…”

(da Parole per giocare, Gianni Rodari 1979, Manzuoli, 1979)

Così dice il protagonista del racconto, un viaggiatore sul treno diretto Capranica-Viterbo che di giovane, anzi di acerbo,  ha ormai solo un orecchio e se lo tiene ben stretto.

Il questionario di Kalandraka, 12 domande a João Vaz de Carvalho

Presentiamo João Vaz de Carvalho. I suoi disegni sono protagonisti dell’edizione di Kalandraka di “28 storie per ridere”, brevi racconti di Ursula Wölfel, autrice recentemente scomparsa, definita in Germania la Rodari tedesca (http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/morta-Ursula-Wolfel-la-Rodari-tedesca-che-con-le-sue-favole-ha-fatto-ridere-i-bambini-a1a82cf2-1feb-4276-b5b5-29ce4f16585b.html).

Carla Ghisalberti nella sua recensione dedicata al libro dichiara che se le storie l’hanno fatta ridere tutte, tranne una (che non ci rivela) le illustrazioni hanno compensato questa unica mancanza.  ( http://letturacandita.blogspot.it/2014/09/la-borsetta-della-sirena-libri-per.html).
Le nostre 12 domande dedicate agli illustratori oggi si rivolgono a questo artista portoghese, capace di cogliere nelle sue immagini l’aspetto umoristico e tragicomico dell’esistenza, e  il cui desiderio rispetto alle proposte degli editori è che gli venga commissionata una storia da realizzare solo per immagini.

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 Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Credo sia stato mio nonno ad avermi regalato il primo astuccio di matite colorate. Aveva un piccolo negozio dove si vendevano generi alimentari, articoli religiosi, articoli per la scuola e varie altre cose. Vi si vendevano confezioni da sei e altre da dodici matite. La maggior parte dei ragazzini potevano comprare solo la scatola da sei. Io, essendo il nipote, ne vantavo una da dodici. Mi sentivo un privilegiato.

È venuto prima il disegno o il colore?

Credo di aver iniziato prima a colorare, ricordo due libri da colorare, mi piaceva molto. Mi ricordo anche che nei miei libri di scuola c’erano poche illustrazioni, avevano appena qualche stampa in bianco e nero, belle, ma tristi. In classe passavo il tempo a colorarle.

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Ricordo di un sogno, che più che altro era un incubo. In casa mia c’era un lungo corridoio, alla fine del quale si trovava una camera, poco accessibile per me, perché era quella dei miei nonni. La notte sognavo di trovarmi in mezzo al corridoio, nel buio, e di camminare verso la stanza. Da lì usciva una figura grande, dai contorni indefiniti e molto spaventosa, sempre occupata a fare strane cose, non saprei dire cosa esattamente, e cercava di afferrarmi. Non mi faceva mai del male perché mi svegliavo sempre nel momento in cui stava per prendermi.
Rammento che, a forza di fare questo sogno tante volte, creai una certa complicità con questa figura, divenne qualcosa di naturale, che quasi mi aspettavo, e così inziò a farmi meno paura.
Che storie preferivi da piccolo?

Tra le tante, mi vengono in mente sopratutto “João e o pé de feijão (Giacomino e il fagiolo magico), “Pierino e il lupo” e “Pinocchio”.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?
Confesso che le storie che mi affascinavano di più erano quelle che si raccontano quasi solo con un’ immagine, senza bisogno del testo. Ancora oggi preferisco questo tipo di approccio. Ci sono testi che sono estremamente appetitosi da essere illustrati. Ricordo, ad esempio, che desideravo illustrare “As aventuras de João sem medo” , solo perché adoravo la storia, un’idea sulla quale ho iniziato a lavorare ma che non ho mai concluso.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratore di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando ho iniziato ad illustrare, dipingevo ed esponevo già da un po’ di tempo. Sono state le caratteristiche dei miei quadri a far sì che mi arrivassero proposte per iniziare a disegnare per la stampa. Solo più tardi sono diventato illustratore di libri.

Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

È stato completamente intuitivo. Sono un auto didatta. Nonostante abbia lavorato per un periodo a Coimbra, presso l’atelier del Maestro Vasco Berardo, dal quale ho imparato molto, ero ben lontano da immaginare che un giorno della mia vita sarei divenuto pittore e illustratore.

Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Per le forti emozioni che mi risvegliano, posso citare Pieter Bruegel, Hieronymus Bosch e Vincent Van Gogh, come primi responsabili di avermi fatto intraprendere il cammino della pittura e dell’illustrazione.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

La più importante fonte di ispirazione sono i ricordi, la memoria. In un certo senso, ogni volta che realizzo un lavoro è come se stessi rivivendo qualche vicenda passata. È un’influenza fondamentale. Questo flusso di ricordi continua ad essere alimentato quotidianamente. Non comprendo il processo che fa emergere un ricordo piuttosto che un altro, è qualcosa che non obbedisce ad una logica riconoscibile. Sembra che ci sia un filtro che fa venire a galla un avvenimento insignificante e me ne fa accantonare un altro importante. Non mi pongo troppe domande su questo, ma forse ha a che fare con il mio senso dell’umorismo.

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Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

Normalmente uso l’acrilico su carta o su tela. Sono i miei materiali preferiti.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?
Impegno/perseveranza. Esser auto-critico ed essere sempre disponibile a correggere gli errori. Lavorare tanto e non desistere finché non si è raggiunto il risultato desiderato. Disegno. Ritengo fondamentale saper disegnare. Il disegno è determinante per qualsiasi lavoro. Disegnare molto, è indispensabile. Ogni illustratore ha bisogno di avere un percorso personale. È molto importante che lo trovi dentro di sé. Solo se incontrerà un proprio linguaggio riuscirà a distinguersi dagli altri.

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Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Pubblicare un libro solo con le mie immagini/storie e senza testo.

Allo Spazio Libro”La zebra Camilla”, condivisione di una storia di crescita

Sabato 17 maggio si è svolta la festa di chiusura estiva dello Spazio Libro, biblioteca per bambini da 2 a 6 anni del Comune di Firenze, in gestione  per il Consorzio metropoli alla Cooperativa Cepiss e alla Cooperativa Arca.  Laura Bonomo  educatrice  della cooperativa Cepiss cura la programmazione e l’organizzazione  del servizio.

La festa è stata un’occasione di condivisione nel segno della narrazione. La voce di figure professionali, ma anche di nonni, di bambini, di genitori che avevano scelto un racconto e realizzato personaggi e piccole scenografie, ha reso l’evento un vero momento di partecipazione comunitaria, attraverso le storie. Grandi e piccoli abbiamo goduto attentamente delle narrazioni, dalla prima all’ultima.

Noi c’eravamo con “La zebra Camilla”, scritto da Marisa Nuñez e illustrato da Oscar Villan.  Abbiamo discorso con Lola Barceló, direttrice di Kalandraka Italia e che ha svolto l’attività, di questo appuntamento e della storia scelta.

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Quando mi hanno proposto un attività su “La zebra Camilla”, ne sono stata felice e Laura Bonomo dello Spazio Libro m’ha chiesto anche se noi di Kalandraka sapessimo come indirizzare la cosa. “La zebra Camilla” è un racconto col quale non avevo mai lavorato in pubblico.
Mi sono messa in contatto con Manuela Rodriguez, l’art’s director di Kalandraka, per sapere se in Spagna loro, che si occupano anche di programmare gli incontri e le attività intorno ai libri nella libreria di Kalandraka a Vigo e anche in occasione della campagna di promozione della lettura di Compostela, avessero svolto delle attività su questo libro.  E,sì, c’erano attività sulla zebra che avevano fatto nelle scuole.
Innanzitutto si deve pensare a quale sia lo scopo finale dell’attività.  Una volta fatta la riflessione, siamo partiti dalla figura, dal realizzare un’immagine dell’animale protagonista del libro. Se lo scopo finale è che la zebra rimanga nello spazio come una costruzione e che i bambini possano non solo vedere ma giocarci oppure no. .. Se si tratta di un’attività individuale non importa la solidità dei materiali, se si tratta di qualcosa di permanente conta la solidità, e bisogna creare qualcosa che sia possibile anche riparare se si sciupa.

Nel nostro caso si trattava di questa seconda opzione.
La base è il disegno della zebra più o meno dell’altezza di un bambino. Questo è importante perchè si parla di una piccola zebra e la storia è una storia di crescita.
Laura  ha capito subito a cosa ci riferivamo. Tra le caratteristiche dello Spazio Libro c’è il lavoro con materiali di riciclo, gli arredi sono fatti da lei e dalla collega della cooperativa e ci lavorano anche i  bambini. Così si è messa all’opera cercando i materiali, progettando e realizzando le sagome e gli altri personaggi.
Abbiamo pianificato la zebra trovando un bel cartone di un metro e 50. Dopo aver realizzato  la sagoma, l’abbiamo fissata e coperta con un materiale plastico autoadesivo. Sopra alla sagoma avevamo bisogno di attaccare le strisce che poi si staccano, sono infatti le sette strisce che il vento porta via alla zebra.

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Si è scelto quindi di lavorare  su materiale attacca e stacca, dunque  avevamo bisogno di una base plastica autoadesiva, altrimenti il cartone si sciupa con lo strappo. Abbiamo optato per una base con un effetto opaco.

20140507_172551Inoltre il materiale “attacca stacca” produce un suono deciso, questo elemento sonoro accentua la forza dello strappo delle strisce della zebra Camilla da parte del vento, sottolineando questa prima parte della crescita, della perdita, che ha in sé una forza anche drammatica.

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Il materiale base è stato il cartone, l’arcobaleno anche è stato fatto con cartone foderato con carta velina colorata. Tutti gli altri animali sono stati fatti col cartone.
Abbiamo  sempre però cercato anche una certa tridimensionalità, per non dare un effetto piatto.  Poi abbiamo messo uno spago per tenere i personaggi come marionette.20140517_120736La caratteristica generale delle attività  è lavorare molto sulla storia e sull’oggetto che ti consente di stabilire ulteriori  rapporti emotivi con il libro.
L’ attività si è svolta all’interno della festa conclusiva dello Spazio Libro che aveva il nome di “angoli narranti”. Si trattava di una mattinata di racconti, alla quale partecipavano genitori, nonni, bambini, insomma l’utenza dello Spazio Libro.
Il senso era creare un momento di condivisione della narrazione, che è partecipazione  alla comunità. Una partecipazione nel linguaggio, nella parola, quindi nel processo più umano che ci sia.

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In questo contesto la nostra attività della zebra era raccontare una storia che affronta la crescita dal punto di vista del bambino. Si narra usando quelle che sono le risorse poetiche, il linguaggio della poesia, che è anche il linguaggio del bambino stesso. Lo scopo generale era parlare con i piccoli sul significato e sulle loro percezioni della crescita che è esperienza presente del loro vivere. C’è il desiderio di diventare grandi di smettere di fare certe cose che loro pensano facciano parte dell’infanzia, luogo al quale sentono di appartenere ma dal quale sanno anche che se ne devono andare. Con la zebra si condivide il bisogno  di rasserenarsi rispetto a questo processo che è anche drammatico, che tutti abbiamo passato, ma che non dobbiamo avere fretta di superare. La rassenerazione passa attraverso l’incontro con “l’altro” che nel racconto scritto da Marisa Nuñez, sono i personaggi che Camilla trova lungo il cammino che percorre e  che la ricondurrà a casa in una nuova veste.  20140517_120436

Era  importante allo stesso tempo condividere con gli adulti che partecipano a questo processo di cambiamento, il fatto che la crescita è vista anche con un occhio drammatico dal bambino stesso. Egli  è consapevolissimo di essere immerso  in questo processo e che lui stesso è crescita e cambiamento. Questo cambiamento si vive come un processo dinamico nel quale intervengono diversi protagonisti che, nel caso della zebra, evidenziano tra l’altro la necessità e la natura della trasformazione.

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“La Zebra Camilla” è un racconto originale ma che presenta elementi tipici dei racconti della tradizione orale. Racconti che seguono strutture letterarie fissate dalla consuetudine ma anche di  un’efficacia consolidata. Sono storie nelle quali le formule che si usano poggiano su risorse poetiche che si sofisticano nella parola scritta fino al libro per adulti, che ha la stessa base.

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I bambini sono i padroni dei paragoni, delle anafore, delle associazioni delle forme, che poi  è il linguaggio della poesia e dei poeti. Noi adulti tendiamo a perdere questa capacità di guardare il mondo poeticamente, questa capacità di guardare il mondo in modo, direi, più sincero. La stessa cosa vale per il linguaggio simbolico, molto presente nel libro che per questo lo rende un libro che il bambino comprende naturalmente, mentre noi a un certo punto rinunciamo a questo linguaggio. I numeri qua sono ulteriore simbologia, poetica, viva, e accompagnano la crescita della protagonista come un processo alchemico.

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La storia si basa sulla ripetizione , la ridondanza e su un’altra formula che è quella della sottrazione e addizione, tipiche , appunto, della tradizione del racconto orale.
Alla fine, dopo avere incontrato tanti personaggi,  appare la mamma, consapevole che la figlia sia cresciuta e cosciente di non doversi opporre a questo processo ma allo stesso tempo consapevole di dover accogliere le emozioni e le paure ad esso legate.

la_zebra_camilla_It-14Come l’essere umano ha bisogno di crearsi i suoi limiti, di muoversi partendo da una propria cornice, così qua  la figura della mamma rappresenta un contenimento indispensabile.

Intervista agli illustratori, Giulia Frances risponde

Un lavoro per me comincia sempre con quello che chiamo l’aggancio emotivo. L’aggancio emotivo è ciò che riconosciamo dentro di noi ma che non sappiamo necessariamente definire. 

La prima volta che ho letto il testo L’ombrello giallo, subito dopo l’aggancio emotivo ho pensato: “Tempi Moderni” e “Bauhaus”.”

Prosegue l’appuntamento con il nostro questionario dedicato agli illustratori.  Quest’anno abbiamo rivolto le nostre dodici domande a alcuni artisti che erano al nostro stand al Bologna Children’s Book Fari. Oggi incontro con Giulia Frances Campolmi che ha illustrato “L’ombrello giallo”.

 

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Pastelli, pennarelli cere colorate e tempere sono stati a mia disposizione fin da quando ero piccolissima.
Però ricordo perfettamente quando mio zio mi ha regalato una confezione di 30 matite colorate della Giotto, avevo 6 anni e mi sembrava un regalo “da grandi” ne ero proprio orgogliosa;
mi dispiaceva appuntare le matite perché diventavano sempre più piccole e morivano. Ovviamente i colori che mi piacevano e quindi utilizzavo di più morivano prima e la faccenda mi mortificava. In occasione di quel regalo mio babbo mi ha costruito un astuccio di legno che continuo ad usare e confesso che provo ancora oggi un certo disagio quando appunto le matite, sopratutto quelle che mi piacciono di più.

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E’ arrivato prima il disegno o il colore?

Onestamente non lo so, anche adesso tendo a non fare molta distinzione, forse il disegno è descrizione e il colore è sensazione, ma mi servono tutti e due per creare
un’ immagine, un’ impressione.

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

In questo momento mi viene in mente solo un incubo ricorrente: una donna buona veniva a trovarci a casa, quando si girava di spalle aveva un viso da strega cattiva al posto della nuca; io ero la sola ad accorgermene e tutte le volte rimanevo paralizzata dallo shock e dalla paura.

Che storie preferivi da bambina?

Mi piacevano le storie, se trovavo qualcuno che sapeva inventarsele tanto meglio. Mia nonna mi raccontava sempre ‘Prezzemolina’ prima di addormentarsi dopo pranzo, era un vero e proprio rito.

Mio babbo mi leggeva le fiabe dei Grimm originali; mi esaltavano perché erano le storie “vere”, raccontavano come erano andate davvero le cose, paragonavo tutti i dettagli con le altre versioni che conoscevo quelle della Disney per esempio e mi sembrava di essere a conoscenza di importantissimi segreti.

Con mia mamma, lei è di Sydney, leggevamo molti libri australiani – i miei preferiti ‘Snugglepot and Cuddlepie’ di May Gibbs e ‘Dot and the Kangaroo’- ma anche di tradizione inglese come le Nursery Ryhmes, ‘Winnie the Pooh’, ‘Peter Rabbit’, Peter Pan… poi avevo ‘Il libro delle parole’ uno in inglese e uno identico in italiano di Richard Scarry.
Ho letto moltissimo da sola, Roald Dahl era certamente primo in classifica; all’esame di quinta elementare ho portato ‘Matilde’ di Dahl appunto, e ‘Momo’ di Michael Ende forse perché le protagoniste erano bambine.

A scuola tantissimo Rodari, nella la mia classe ci eravamo fissati con ‘Il Libro degli Errori’ e volevamo ascoltare le storie a ripetizione; mi ricordo anche che abbiamo letto tutti insieme Gianburrasca e abbiamo amato il magnifico libro (senza parole!!) The Snowman di Raymond Briggs. Il mercoledì avevamo 2 ore di ‘biblioteca’ che passavamo a scegliere i libri da prendere in prestito e a scrivere su delle schede cosa pensavamo del libro appena letto; c’era uno schedario che raccoglieva tutte queste opinioni così altri compagni potevano farsi un’idea. Quanto vorrei leggere i commenti adesso! Tra questi libri tanti della Bohem Press poi Leo Lionni, Tomi Ungerer e L’Albero di Shel Silverstein che ho sfogliato di recente e mi ha commosso ricordarmelo così bene.
Provavo un’antipatia viscerale per Pinocchio e un altro personaggio inglese che si chiama Noddy.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

No, non ricordo, ma questo disegno l’ho fatto tra i 2 e 3 anni; mi avevano portato a vedere uno spettacolo di Biancaneve e i sette nani. Mia mamma scriveva sempre ‘cosa era cosa’ sui disegni. Credo che il desiderio di accompagnare una storia con le immagini sia una urgenza primordiale.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

A dire il vero il mio percorso artistico professionale nasce in teatro, ma già ai tempi dei colloqui al St Martins College of Art avevo segnalato il corso di illustrazione come alternativa nel caso non mi avessero accettato nel corso di Design per il teatro; quindi anche se non era un’intenzione maturata, già sentivo l’illustrazione come una possibile strada.
Dopo anni di teatro, nel 2010 grazie al Master Ars in Fabula ho cominciato a scoprire un mestiere che amo sempre di più.

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Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Intuitivo senza dubbio. Ho scelto di pancia di entrare nel mondo del teatro e sempre con la pancia ho scelto di emigrare nell’ illustrazione.
In fondo non sono mestieri così diversi: si raccontano storie, si affronta un testo, si creano personaggi, si caratterizzano e si vestono; si creano spazi e ambienti in cui questi personaggi si muovono poi si danno le luci. Anche nell’ illustrazione c’è musica, rumore o silenzio.
Il ritmo, come passare da una scena all’altra o da una pagina all’altra e le preziosissime pause sono essenziali sul palco come in un albo.
L’albo illustrato soprattutto se viene letto ad un bambino è una performance, è un’esperienza ‘live’ e sensoriale.

La differenza più sostanziale, almeno per me, è che il lavoro in teatro è per sua natura collettivo mentre il lavoro dell’illustratore è molto più solitario. Inoltre non si deve costantemente rientrare in un budget, si può disegnare un castello pericolante e sfarzoso senza problemi di costi, non deve stare in piedi ed essere smontabile in 5 minuti, e non ci si deve preoccupare di questioni importanti di sicurezza.

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Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la filosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Questa è una domanda difficilissima, parliamo di un universo pieno di persone importanti nella mia vita e altre che ho amato per le idee, l’arte e le parole. Faccio brevemente una carrellata di punti di riferimento senza pensarci troppo:

Mondo teatrale: Kantor, Pina Bausch i Derevo mentre di quelli con cui ho lavorato Romeo Castellucci Societas Raffaello Sanzio e la compagnia Shunt.
I mondi di Almodovar e Fellini, Federico Garcia Lorca, Tolstoy, Cocteau, Beckett e Ionesco . Sartre, Simone De Beauvoir, Susan Sontag. Altre donne: Elsa Schiaparelli, Frida Kahlo, Louise Bourgeois, Eva Hesse, Rebecca Horn, Sandy Skoglund Gabriela Fridriksdottir Pittura : da Giotto a VerMeer a Yves Klein (con tutti quelli nel mezzo), la pittura aborigena, le stampe giapponesi….
Negli ultimi mesi ho letto Jung, Richard Yates, Rainer Maria Rilke, l’autobiografia di Gandhi, tutto Jane Austen, una raccolta di racconti persiani…
Nel cassetto del comodino tengo il Tao Te Ching perché anche se non mi considero particolarmente ‘spirituale’ mi aiuta a mettere le cose in prospettiva.
Sulla musica non ci provo nemmeno, ascolto e mi piacciono troppe cose diverse.  Devo moltissimo sul piano personale e artistico a tutti gli illustratori che ho conosciuto sul Master Ars in Fabula; per coerenza non posso non nominare Pablo Auladell perché chi mi conosce sa che lo tiro in ballo spesso, per la sua sensibilità artistica, la capacità di ascolto, per le tante cose che ci ha trasmesso e su cui ancora rifletto; la più importante forse “ad un certo punto bisogna diventare maestri di se stessi e confrontare il nostro lavoro proprio con il nostro lavoro” e poi Pablo usa spesso la parola fantasmagorico che di per se è una parola magica.
I miei compagni di corso e altri illustratori conosciuti più recentemente sono dei maestri dai quali ho imparato e continuo ad imparare altrettanto. E’ molto importante in questo mestiere avere una cerchia di sicurezza di persone, di artisti, con cui condividere le gioie e i dolori, i dubbi e le incertezze. Sono legami molto forti.  Altri illustratori che osservo con attenzione per svariati motivi sono Shaun Tan, Camilla Engman e Violeta Lopiz.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Un lavoro per me comincia sempre con quello che chiamo l’aggancio emotivo. L’aggancio emotivo è ciò riconosciamo dentro di noi ma che non sappiamo necessariamente definire. E’ il filo conduttore che fa rizzare le antenne quando ci apriamo per trovare ispirazione all’esterno nella ricerca di immagini, luoghi, colori e idee, ci aiuta a mettere in relazione le cose, a scegliere e ad eliminare quello che non è necessario.

La prima volta che ho letto il testo L’ombrello giallo, subito dopo l’aggancio emotivo ho pensato: “Tempi Moderni” e “Bauhaus”. La conseguenza è stata immaginarsi il libro in bianco e nero (poi gradazione di grigi) che sfocia nel colore e questa è diventata la narrazione emotiva della storia.
La narrazione visiva invece è diventata cinematografica; qualcuno ha pensato che derivasse dal mio background di scenografa, ma la verità è che stava tutto nel testo di Joel Franz Rosell, in quel realismo con sottilissima vena surreale.

Poi ci sono tante cose che ti sostengono durante il lavoro nello studio; tutto l’inizio de L’ombrello giallo ha avuto come colonna sonora ‘New Life’ dei Depeche Mode, ma già nella scena della vetrina siamo con ‘Broken Drum’ di Beck. Questi non sono i miei pezzi preferiti ma li ho ascoltati ossessivamente perché una volta scattato l’aggancio emotivo, il richiamo di quella musica serviva a rimanere in sintonia con l’atmosfera che intendevo creare in quel momento del libro.

Mentre per il progetto a cui sto lavorando adesso mi interessa molto il lavoro di Wolf Erlbruch per la freschezza e la sintesi e siccome per la prima volta sto scrivendo la storia, leggo Neil Gaiman, so che nei suoi libri c’è qualcosa di cui ho bisogno, ma ancora non l’ ho identificata. Per vie traverse in questo progetto c’entra molto Jackson Pollock e la voce (non la musica) di Johnny Cash, e sto ascoltando quasi esclusivamente Otis Redding.

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività’?

Per me anche la tecnica che si sceglie di usare per un libro dipende dalla natura del testo, dall’ aggancio emotivo e della ricerca svolta; l’illustratore stabilisce dei parametri all’interno dei quali muoversi per dare una coerenza estetica al lavoro.

In altri momenti ci sono le sessioni anarchiche dove si prova a fare solo per il gusto di vedere cosa succede, mescolando materie diverse, e non sempre le cose funzionano, ma è proprio attraverso questo principio di incertezza che nascono le cose più interessanti, le piccole grandi scoperte. Sono importanti le ore di gioco nello studio, arricchiscono il vocabolario visivo oltre ad essere semplicemente divertenti e a stimolare la curiosità e la vivacità.
La tecnica è un linguaggio e può diventare sterile oppure ridondante. Io ho avuto una fase dopo l’ombrello giallo in cui i lavori risultavano essere davvero troppo carichi, ora grazie al gioco si stanno alleggerendo. Uso spesso l’acquerello a volte mescolato all’acrilico, tocchi di tempera, carboncino, inchiostri e pastelli, recentemente lavoro anche con una specie di collage.
Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Curiosità, generosità, imparare le regole per poterle infrangere meglio.
Non annoiarsi. Essere presenti, amare profondamente e difendere la propria creatività e quello spazio fisico e temporale nello studio.
Suppongo che serva anche un bel po’ di coraggio.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

-Sorprendimi!

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Giornata del Libro e del Diritto d’autore, tre domande a Chiara Carrer

L’illustratrice veneziana Chiara Carrer ha alle spalle più di cento libri pubblicati da i principali editori di settore italiani ed esteri. Per Kalandraka ha illustrato “È non è”, testo di Marco Berrettoni Carrara. Accanto alla libera professione di illustratrice unisce da anni anche l’insegnamento presso l’ISIA di Urbino e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Un’esperienza che lei definisce la naturale continuazione della sua personale ricerca. A Bologna Children’s Book Fair le abbiamo proposto tre spunti di riflessione alla luce dell’epoca attuale-  dal ruolo del Maestro d’illustrazione al significato del diritto d’autore, che scegliamo di pubblicare oggi in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore patrocinata dall’Unesco. Chiara_48

 

Della tua lunga  esperienza di illustratrice e ricercatrice del settore fa parte anche l’insegnamento.  Qual è secondo te il ruolo del Maestro dell’illustrazione?

Tenendo conto che tutti gli illustratori affiancano al loro mestiere quello di docenze, workshops, incontri, la docenza è una parte fondamentale del mio percorso e sebbene io non abbia avuto un’educazione pedagogica istituzionale, probabilmente è una parte naturale che completa la mia ricerca.
Il docente ha il compito di cercare il più possibile di tirar fuori da ogni singolo individuo quello che ha da dire e di tentare allo stesso tempo il modo pertinente alla stessa persona con cui dirlo.
Si tratta di un compito non facile. C’è molta insicurezza nei giovani che incontro, poca coscienza di sé che spesso si manifesta in egocentrismo. Il docente deve far capire loro che non sono delle persone arrivate rispetto al mestiere che non hanno ancora uno stile, che non possono avere già un’identità completamente formata rispetto ad esso.
L’identità che si affianca all’arte e quindi all’artista si sviluppa se si capisce che esistono delle regole e che non puoi parlare di te ma attraverso di te. Un comportamento in cui c’è difficoltà a darsi, a rischiare, non c’è generosità, probabilmente dipende da un senso di smarrimento rispetto alla società che ci attende, e facilmente si trasforma in aggressività. Questo si percepisce in modo forte e inevitabilmente il docente vien investito di ruoli non suoi, psicologo e/o genitore.
L’esperienza dell’insegnamento è un’esperienza di annullamento rispetto all’identità della propria professione, in quanto docente offri le tue competenze i tuoi consigli, ma con una veduta mentale aperta, non puoi vedere con gli occhi con cui vedi la tua opera.
Tu sei davanti a tante personalità e devi entrare nella testa di ciascuno in maniera diversa.
Questa identità personale deve però poi confluire nel concetto di mestiere, di professione, in una mediazione tra il proprio desiderio di comunicare se stessi e quello che è il linguaggio che invece diventa condiviso con gli altri, col lettore che si deve identificare.
Ci deve essere una tale apertura per cui anche gli altri possano identificarsi.

Nella scuola cerchi la tua identità, ricerca che magari richiederà tantissimo tempo, ma è anche il luogo dove hai tempo di sperimentare.
Io non ho seguito un corso specifico d’illustrazione, non erano così frequenti come ora, ma ho studiato pittura e incisione all’Accademia. Per chi segue all’Università Illustrazione, potrebbe avere un processo molto più veloce. L’importante è capire che la ricerca necessita di tempo, di studio e fatica.  Non sempre il modo di esprimere quello che sentiamo è quello che credevamo.

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L’illustrazione ha radici lontane nella storia dell’arte. Qual è nella tua opinione l’evoluzione di questa forma espressiva e quale la sua identità contemporanea?

Io posso solo suggerire il mio punto di vista di chi l’illustrazione la fa.
Per la mia modesta esperienza posso dire che l’illustrazione è un vero e proprio linguaggio, penso appartenga di diritto all’arte visiva, utilizza lo stesso vocabolario e gli stessi strumenti. Non a caso la maggioranza degli illustratori ha una formazione principalmente artistica. Sanno bene che se vogliono arricchirsi, hanno bisogno di una serie di strumenti, basi culturali colte, conoscere la storia dell’arte e la letteratura.
Credo che l’illustrazione sia una forma espressiva costantemente legata alla forma narrativa, alla letteratura.  Anche i silent book devono avere una struttura narrativa per catturare lo sguardo. Ci sono anche libri in cui la parte visiva sviluppa una metodologia di narrazione diversa da quella sequenziale, immagini che stimolano la riflessione e l’attività, sollecitano l’osservazione e l’attenzione sull’ ambiguità della forma, come il classico “È questo o quello? ”della Agostinelli.
Spesso a parole si riconosce all’immagine un ruolo importante nella cultura, ma nella realtà dei fatti ancora si fatica a dare piena autonomia all’immagine e all’apporto culturale a lei proprio.
C’è una sorta di competizione tra scrittura e immagine e non di complementarietà di cui si parla tanto. Esse sono due forme complementari quando negli eventi pubblici o in seno alle catalogazioni in Biblioteche o librerie, i nomi degli autori sono entrambi rintracciabili.
Spesso in un festival di letteratura lo scrittore viene invitato a parlare e l’illustratore a fare un laboratorio, credo che questo comportamento rifletta una mentalità chiusa dentro schemi a mio avviso logori, luoghi comuni, definizioni di ruoli, etichette che io personalmente non condivido.

Nell’ambito lavorativo ci sono illustratori più esecutivi e altri più autoriali, ci sono tante sfaccettature del fare illustrazione, però non si può più definire l’illustrazione come dare lustro al testo, lo dimostrano tantissime belle edizioni e collane.  Sono  i comportamenti che non danno meritato riconoscimento a questa nuova e fertile proposta visiva.

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Si può parlare di una rieducazione al vedere, alla libertà del vedere…

Chi guarda e chi vive principalmente secondo il senso del vedere, ha un cervello che si forma secondo questa sensibilità che non deve essere per forza affiancata ad altri linguaggi per essere capita.
La sensibilità della vista esiste autonomamente. L’illustrazione ha una ricchezza culturale enorme.
A volte mi domando cosa insegno nel biennio dell’ Isia di Urbino. Prediligo insegnare il metodo, la riflessione e la progettazione, rispetto alle tecniche e introdurre gli strumenti del fare, perchè sebbene questi siano molto importanti, credo che prima di tutto si debbano rompere una serie di preconcetti.
La prima cosa che faccio è stimolare gli studenti ad imparare a vedere, e come si fa ad imparare a vedere? Attraverso l’esperienza diretta del disegno dal vero, l’osservazione analitica e la ricerca, credo che in questo modo si possa restituire, nella costruzione di un’immagine, il giusto ritmo.
Le immagini hanno una loro dimensione, una forma narrativa propria in cui non è indispensabile la sequenza narrativa.
La scrittura ha una logica di svolgimento, un prima e un dopo, un inizio, uno sviluppo e una fine, l’immagine può essere ora in questo momento e tutto finisce lì, ma in quell’istante contemplativo, tutto si ferma e modifica il tuo vedere successivo. La stessa cosa la vedrai con occhi diversi e da quel momento tutto avrà un sapore diverso, esattamente come una stessa lettura cambia nell’arco di una vita.
Decidi tu il modo per entrare nella narrazione, puoi decidere di visualizzare anche solo un frammento della vita, ma il come lo renderà unico.

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Che significato assume secondo te il diritto d’autore alla luce della realtà attuale?

In un’epoca in cui tutto e fruibile da tutti, in cui tutto è copia di tutto, è difficile salvaguardare il diritto d’autore, ma credo che ci siano buone ragioni per difenderlo: prima di tutto per una questione di onestà e rispetto reciproco.
Un autore non dovrebbe rubare nulla da un altro autore, ma se si ispira al lavoro di qualcun altro sarebbe bene trovasse una forma interpretativa diversa e ne riconoscesse la fonte.
Bisogna riconoscere il lavoro di ciascuno, capire l’importanza della cooperazione, della condivisione, condizione che secondo me nasce solo se esiste un rispetto reciproco profondo.
Riconoscimento del valore e del lavoro, vuol dire giusti contratti, restituzione dell’opera in cui ci siano degli originali, diritti d’autore per ogni utilizzo dell’opera diverso da quello concordato nel contratto, i nomi dello scrittore e dell’illustratore in copertina uno accanto all’altro e stessa importanza nella catalogazione dei libri.
Questi criteri potrebbero restituire a ciascuno il proprio merito, non c’è un mestiere che vale più di un altro, tutti sono indispensabili solo ne riconoscessimo l’importanza.
Ogni gesto di riconoscimento per ogni parte coinvolta nel processo di realizzazione, equivale a una legittimità di ogni competenza senza diseguaglianze. Non credo sia così, anche in ambito culturale esistono sistemi di sopravvivenza inaccettabili, copie, furti, appropriazioni illegittime, competizioni, oltre al diritto d’autore che dovrebbe attenersi al codice di comportamento deontologico della professione, ci dovrebbe essere un comportamento etico.

e-non-e-It-15È non èhttp://www.kalandraka.com/fileadmin/images/books/dossiers/e-non-e-IT_01.pdf

http://www.chiaracarrer.com/bio.aspx

 

 

 

 

 

 

“Racconti per bambini che si addormentano subito” su Andersen

Walter Fochesato firma una recensione di “Racconti per bambini che si addormentano subito” di Carlos López e David Pintor su Andersen di gennaio 2014.

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