Archivi categoria: Le interviste di Kalandraka

Intervista all’illustratore Federico Fernandez

In occasione di una nuova edizione di “Capretti  caproni” accanto alla conversazione con l’ autrice del testo Olalla Gonzalez (link in fondo) abbiamo rivolto la nostra intervista dedicata agli illustratori a Federico Fernandez, che con Kalandraka ha pubblicato anche “Dove perse la risata Luna?”, testo di Miriam Sanchez, 2008.

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori? 

Anche se non lo ricordo devono essere stati i miei genitori, quello che ricordo è che gli astucci coi colori sono stati una presenza costante di tutta la mia infanzia.

  È arrivato prima il disegno o il colore?

Il disegno, la linea pura, per la quale ho sempre avuto una predilizione, ed è così che ho iniziato.

Un sogno o un’immagine ricorrente della tua infanzia.

Noi bambini del quartiere finivamo sempre col fare delle risse per un motivo o per l’altro e c’era una certa crudeltà infantile in molte azioni- Vedo me stesso combattere per le cose che mi sembravano ingiuste e dovermi guadagnare il rispetto in un modo molto basilare… soffrivo molto al pensiero di come si sarebbero sviluppate questi scontri.

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Che storie preferivi da bambino?

Ho adorato i racconti orali che i bravi narratori espongono solo con l’aiuto della loro voce, sopratutto racconti di vita… avventure vere alle quali potevi dare un volto perché venivano narrate in prima persona. Nella mia famiglia circolavano molte storie legati all’immigrazione e attraverso questi racconti ho imparato tanto.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Ricordo il desiderio di accompagnare con immagini i libri di storia e le  imprese belliche nei quali c’erano tanti personaggi che combattevano. Ero preso da questa idea di catturare un momento

In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratore di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando ho visto pubblicato il mio primo libro, allora ho iniziato a credere che poteva funzionare.

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Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Progettato con metodo per quello che riguarda la mia formazione artistica dal momento che ho studiato Belle Arti, ma come illustratore mi ha sempre guidato l’intuito.  Il mio percorso si è sviluppato grazie ai tanti errori che ho commesso e dai quali ho imparato.

Chi riconosci come maestri? [Non e’ una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Ci sono tanti artisti meravigliosi che mi appassionano, per la loro opera, per il momento storico in cui hanno vissuto, e immagino che il mio lavoro sia frutto di un gran cocktail di immagini pittoriche, libri, musica, cinema. Posso citare qualche autore o opere di queste discipline che mi hanno segnato in alcuni momenti della mia vita: El bosco (ita: Hyeronimus Bosch)  e J.M. Basquiat, Il piccolo principe e Una banda di idioti, Charlie Parker e i Pixies, Kubrik e Blake Edwards… posso considerare tutti loro miei maestri.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Ora come ora la mia principale fonte di ispirazione è mio figlio Max

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

In questo momento la linea, il tratto puro e privo di artifici, mi dà molta sicurezza per creare immagini fresche e potenti, ma ho lavorato tanto con gli acrilici. Anche con il guache mi sento molto a mio agio, e mi avvalgo molto dell’ opacità e la vivacità dei colori che ti consente.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Osservatore, critico e ottimista.

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Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

In verità ho avuto molta fortuna con i miei editori, non mi sono mai sentito condizionato nel momento di creare e mi sono sempre sentito apprezzato per il mio lavoro.

https://libripersognare.wordpress.com/2014/06/10/tornano-i-capretti-caproni-parliamo-con-olalla-gonzalez/

 

Il questionario di Kalandraka, Oscar Villan

“Il piccolo coniglio bianco” è appena uscito con una nuova ristampa dopo la prima del 2008.
Abbiamo parlato per l’occasione con Xosé Ballesteros, autore del testo (link sotto) e rivolto il nostro questionario a Oscar Villan, illustratore del libro e di un altro albo del nostro catalogo “La zebra Camilla”. Conversando, prima del questionario, gli abbiamo chiesto un piccolo confronto su come, da artista, lavora sul racconto tradizionale e che tecnica ha scelto per questa storia, tratta da un racconto della tradizione portoghese.

All’inizio non faccio alcuna distinzione.  Appendo all’attaccapanni le etichette (“testo d’autore” o “racconto tradizionale”, per esempio) prima di entrare nel testo. Ogni genere ha le sue caratteristiche, però, lavoro su ciascuno basilarmente partendo dal suo contenuto e dalla sua struttura particolare e concreta.  Per “Il piccolo coniglio bianco ” ho utilizzato tempera. È stata la prima volta che l’ho usata. Tubetti che mi aveva regalato mia madre. Colori decisi, molto intensi. Una meraviglia.

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Ricordi chi ti regalò il primo astuccio di colori?

No. Suppongo i miei genitori.

È arrivato prima il disegno o il colore?

Insieme.

Un sogno ricorrente, un’immagine della tua infanzia.

Mio nonno che fa volare le farfalle che ha realizzato ritagliando le cartine.

Che storie preferivi da bambino?

Tutte. Che si sedessero accanto a me a letto e raccontassero. Poi, quando già leggevo da solo, mi gustavo Asterix, Tintin. Il piccolo Nicolas. E poi, un po’ più grande, Tolkien.

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Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Ricordo l’opposto: di avere coperto le illustrazioni di alcuni racconti perché la rappresentazione dei personaggi non invadesse quello che io immaginavo.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratore di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Poco prima di diventarlo. Se devo pensare a un momento decisivo potrebbe essere dopo la fine della scuola superiore: mi sono dato l’obiettivo non precisamente di fare l’illustratore, ma di mantenere vivo e accrescere il mio lato concreto, creativo, così, con questa idea, mi sono iscritto a Belle Arti, con l’intenzione di aumentare le possibilità che questo aspetto della mia vita si mantenesse vivo e possibilmente accresciuto alla fine dello studio. Dopo, una serie di circostanze hanno fatto in modo che mi ritrovassi a cercare lavoro come illustratore: il mio interesse per l’illustrazione della stampa (specialmente per il meraviglioso, divergente, eterogeneo lavoro di Raul (ndr Raul, Raúl Fernández Calleja) per l’editoriale di El Pais di quell’epoca, la fine del percorso di studio, i buoni consigli di una professoressa, la nascita della casa editrice Kalandraka quasi al lato di casa mia.

Il tuo percorso di apprendimento è stato intuitivo o progettato con metodo?

Al di là del fatto di aver studiato Belle Arti, direi basicamente intuitivo. Osservando. Provando. Leggendo.

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Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Tanti. A cominciare da bravi professori di scuola e della facoltà. Per l’illustrazione posso citare Isidro Ferrer o Raul, Alejandro Magallanes o Puño o Javier Jaén; esploratori della grafica, avventurieri che si inoltrano nella giungla delle immagini (o nel deserto del foglio bianco), determinati, con allegria, curiosi e giocherelloni, per vedere cosa c’è, cosa trovano, cosa viene fuori. Però cerco di assorbire  da tutte le parti…

Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Il foglio bianco. Non sapere cosa verrà fuori.

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

China, tempera, computer.  Mi piace sia lavorare sulla carta che col digitale. Si è già parlato tanto di questo. Ogni mezzo ha i suoi vantaggi e i suoi inconvenienti. Io mi trovo bene con tutti e due.Combinandoli. Se posso utilizzare anche la scultura o la fotografia, tanto meglio.

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 Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Direi che l’unica irrinunciabile è la voglia. Il desiderio di fare.

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Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Ho ricevuto tante  richieste che mi hanno lusingato  e che non mi aspettavo né immaginavo. Che continui così. Ogni chiamata è una sorpresa.

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link all’intervista a Xosé Ballesteros: embed]https://libripersognare.wordpress.com/2014/05/29/ristampa-de-il-piccolo-coniglio-bianco-conversazione-con-xose-ballesteros/[/embed]

 

Ristampa de “Il piccolo coniglio bianco”, conversazione con Xosé Ballesteros

In occasione della ristampa de “Il piccolo coniglio bianco” abbiamo parlato con l’autore del libro, Xosé Ballesteros, che da anni lavora sul recupero dei racconti della tradizione orale e che grazie al progetto Kalandraka, riadatta in albi illustrati, facendo rivivire quelle storie che si tramandano da un tempo remoto.
Scoprirete anche il percorso che la parola Kalandraka ha fatto fino a noi. O meglio, come questa parola, “zuppa di gallette che i marinai mangiavano quando non restava più niente”, sia arrivata a essere il progetto editoriale che è oggi, attraverso il teatro.

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Come hai scelto questo racconto?

È stato un periodo durante il quale ho dedicato molto tempo alla ricerca sulla traduzione orale in Galizie e il recupero dei racconti classici. Facevo parte di un gruppo legato alla classe di teatro dell’Università di Vigo e, in questo gruppo, sotto la direzione della Scuola di Espressione Drammatica “Kalandraka” si tenevano incontri teorici e pratici sul racconto e l’arte del raccontare. Attingevamo ai racconti di Basile, Perrault, dei fratelli Grimm, di Afanasiev, ai racconti popolari di Italo Calvino, a quelli della tradizione spagnola raccolti da A.R. Almodovar…
In questo contesto, un giorno ho scoperto, durante un viaggio in Portogallo, la raccolta di Adolfo Coelho, un importante intellettuale portoghese del secolo XIX. Nelle sue pagine mi sono imbattuto nella storia di un piccolo coniglio bianco e una formica. Era una storia sconosciuta in Spagna e l’ho fatta mia appena l’ho letta. L’ho inclusa nel mio repertorio perché la sua semplicità e freschezza mi chiedevano che lo raccontassi, che lo adattassi e lo traducessi e così ho fatto. Ho seguito la missione di non fare sparire questa storia nella nebbia della Storia.

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Sei anche l’adattatore di altri due racconti della tradizione orale pubblicati dalla Kalandraka in Italia, “I tre orsi ” e “Il vestito nuovo del re”. Dove affonda le sue radici il tuo interesse in questo tipo di letteratura popolare? 

In un primo momento il mio interesse era recuperare in favore della lingua galiziana, una lingua che si parla sempre meno, un corpus di racconti che formassero un catalogo vivo a partire dalla tradizione orale. Successivamente, con la creazione della casa editrice Kalandraka, è stato possibile fissarli in un testo e accompagnarli con le illustrazioni, trasformandoli così in albi illustrati. Grazie a questo formato, i racconti hanno preso nuova vita giungendo in luoghi lontani come la Corea o il Giappone. Dopodiché, nel mezzo della mia ricerca, mi sono soffermato sull’aspetto etico delle storie, questo messaggio di morale ingenua che trasmettono, come nota André Jolles, e di avvertimento su quello in cui ogni bambino si imbatterà nel corso della vita: le prove, le carenze, la sofferenza, le malattie, la morte… che potrà superare solo grazie alla fortuna, l’intelligenza, la generosità, la costanza e… all’aiuto degli altri.

Come lavori sull’adattamento? Qual è il punto di partenza?

Recuperare la memoria e il tono. Voglio dire, alcuni racconti fanno parte della mia propria memoria, dei miei ricordi di bambino. C’è una voce femminile che me li ha trasmessi, nel mio caso una certa nonna che  mi regalava anche libri, i pochi libri che a quel tempo un bambino della mia classe sociale (molto umile) poteva avere.
In questo lavoro di recupero emerge il tono che riporto sulla carta. Scrivo al bambino che sono stato, che ricordo di essere stato, e così mi connetto con i bambini di oggi e di sempre, perché lo stupore davanti alla vita continua a essere lo stesso indipendentemente dai cambiamenti della tecnologia che ci circonda.
Cerco di fare in modo che le parole che scrivo siano limpide come lo sono quando si racconta una storia a voce. Dalle mie parole si deve trasmettere la voce della tribù, quella voce che viene da un passato remoto e che ci presenta gli eterni problemi con i quali si deve confrontare l’umanità.
E nei miei adattamenti cerco di includere degli ammiccamenti, piccole variazioni personali che rispettino il testo originale donandogli però un tocco di freschezza, di umorismo.
Il caso più evidente è quello del coniglio bianco, in quel gioco che ho impostato sulle caratterizzazioni, che non appaiano nel testo originale. Alla fine la struttura del racconto rimane ma la forma si è purificata, è cresciuta.*

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Tu e Óscar Villán avete lavorato insieme al libro o hai proposto il testo all’illustratore?

Il testo era già deciso quando abbiamo proposto a Óscar Villán di illustrarlo. Era un racconto che avevo narrato mille e una volta, lo avevo provato molto con i bambini, e la sua struttura consentiva pochi cambiamenti di testo.
Però Oscar lo ha fatto suo e lo ha materializzato in modo tale con i suoi disegni che non riesco a immaginare personaggi diversi in questa storia. Con il tempo, a 14 anni dalla sua pubblicazione, il piccolo coniglio bianco è diventato un vero e proprio personaggio classico.

*Le caratterizzazioni della capra che invade la casa del coniglio bianco impedendogli di entrarci-un esempio di come Elena Rolla le ha rese nella traduzione italiana: “io sono la capra capraccia, e se non te ne vai ti salto sulla faccia”…, “ …sono tornato a casa per farmi una bella zuppa, ma dentro c’è la capra caprona, che se mi salta addosso me le suona…” Alla fine saranno gli stessi giochi di parole a trarre in inganno la capra facendola affacciare alla finestra della casa per curiosiare quando la formica Santippa, venuta in soccorso del coniglio, glieli riproporrà: “ .. Sono la formica Santippa e se non apri, ti pizzico la trippa” Alla capra sembrò una barzelletta e così decise di affacciarsi…

Link al questionario di Kalandraka all’illustratore del libro, Oscar Villan:https://libripersognare.wordpress.com/2014/05/29/il-questionario-di-kalandraka-oscar-villan/

 

“La mamma”, riflessioni dell’autrice

Kalandraka in Spagna ha scelto di affrontare con l’autrice di “La mamma”, Mariana Ruiz Johnson,  alcune riflessioni sul processo di preparazione dell’opera.

Noi ne parliamo oggi in occasione della Festa della Mamma, che in Italia quest’anno si celebra domani, 11 maggio 2014, seconda domenica del mese. Il libro ha iniziato il suo viaggio sette mesi fa anche nel nostro paese, in occasione della sua pubblicazione dopo la vincita del Premio Compostela per Albi Illustrati. Con gli auguri al libro e a tutte le mamme, riportiamo le risposte  che Mariana ha dato a Paz Castro, responsabile comunicazione di  di KLK Spagna, al momento della notizia del Premio.

 

Si parla sempre dei libri finiti, che hanno già superato il processo dialettico della pubblicazione e della progettazione; libri per i quali è stata scelta la carta più adatta, le cui pagine sono uscite da una stampa attenta alla minima sfumatura del tono cromatico, che dopo la cartonatura arrivano alla nave dei Libri per Sognare di KALANDRAKA per viaggiare verso le librerie, le biblioteche, le scuole, i musei, le abitazioni.

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Per Mariana Ruiz Johnson (Buenos Aires, 1984), vincitrice del VI Premio Internazionale Compostela per Albi Illustrati, la maternità non è stata solo una vicenda personale, ma anche un’esperienza creativa. Si è presentata al concorso sotto lo pseudonimo di Pepa Bellon con “Mama”. L’opera, che è stata poi prescelta dalla giuria del concorso, è nata nel 2012, lo stesso anno in cui l’autrice è diventata  mamma.

MarianaRuizJohnson.jpg-PER-WEB“Fino a quel momento avevo lavorato come illustratrice a tempo pieno, ma un giorno è nato Pedro e con lui è arrivata la rivoluzione. I pennelli sono scomparsi in un istante, perché mi ero dimenticata di loro. Improvvisamente, ero una mamma. Attraversavo un cambiamento esistenziale, vertiginoso, allucinante, che sarebbe stato per tutta la vita. Guardavo le altre mamme per la strada, sul treno, ai giardini. Tutte erano passate attraverso la mia stessa condizione. Queste donne dovevano nutrire i loro figli, coprirli quando faceva freddo, aiutarli a dormire la notte, portarli dal dottore quando erano malati. Tutte, ognuna a modo suo, amavano i loro figli. Questa esperienza, questa vicinanza, mi accomunava a loro. E mi accomunava a mia madre, a mia nonna, a milioni di donne di oggi e di sempre”

La mamma è tante cose…

È una casa tonda,

morbida e ambulante…

È un centro felice, sicuro e raggiante.

la-mamma-It-5“Mi sono sentita come parte di una rete invisibile di amore materno che sostiene l’umanità. Un amore che ha mille aspetti, perché ci sono mamme di uno e di molti, madri adottive e biologiche, madri che scelgono di esserlo e altre che non lo scelgono, neo mamme e madri che sono già bisnonne. E mamme che affrontano la cosa più temibile, la perdita di un figlio. Così in un primo momento ho scritto una poesia dedicata a tutte noi, le mamme. “

Con la poesia mentalmente nascevano una serie di immagini esuberanti per contenuto e colori, in cui la natura era presente dall’inizio alla fine. E così- come una nuova nascita- ha preso forma il libro. Una seconda maternità per l’autrice , artistica e letteraria, non priva di inquietudini e dubbi.

“ Come affrontare qualcosa di tanto universale in un libro per bambini senza lasciare fuori niente? Perché ci sono pochi temi che risvegliano tanta passione e controversie come questo.
E oltre a essere universale, è un’esperienza molto personale. Dopo averci girato intorno per qualche mese, ho capito che non era possibile includere nel mio libro tutte le forme di maternità e che la chiave era intenderlo da un punto di vista poetico. Un libro pensato per creare un momento di condivisione tra madre e figlio. Ho immaginato ogni doppia pagina come qualcosa che avrei guardato un giorno insieme a Pedro. Sicuramente dalla lettura sarebbe emerso quello che io non avevo potuto dire e molto altro”

PER-WEB-1L’anno successivo “Mama” era un progetto che iniziava a concretizzarsi, che dalla mente  dell’autrice si plasmava in una prima versione del testo, e si traduceva in un insieme di bozze al computer. Il Premio Compostela era un desiderio che aleggiava nella testa di Mariana Ruiz Johnson. Sono stati mesi di intenso lavoro durante il quale è stato fondamentale l’aiuto della famiglia per permettere all’opera di prendere forma.

“Ho detto a mio marito: “Mi piacerebbe presentarmi al Premio Compostela per Albi Illustrati, ma avrò bisogno di aiuto con Pedro. “ E durante questo tempo lui si è occupato di più dei pannolini, dei giochi, delle pappe, e di fare in modo che io non perdessi l’entusiasmo! Il libro cresceva poco a poco, si trasformava, quasi come un bimbo nella pancia della sua mamma”

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Azzurri, gialli, rossi, verdi… colori intensi e in armonioso contrasto prendono forma nelle pagine di questo libro. L’ essere umano è una specie tra le altre in questo albo dove si celebra anche la figura femminile, circondata da piante, da bellezza e da frammenti del mondo che ci circonda.
la-mamma-It-12“Nelle immagini compaiono gli animali con i loro piccoli che rappresentano l’universale e l’istintivo della maternità; e la piccola storia di una mamma con suo figlio, da quando nasce a quando diventa adulto, che si basa sulla mia lunga esperienza di figlia e la mia breve esperienza di madre”

“Dal punto di vista estetico, mi sono ispirata allo stile ornamentale dell’arte popolare latinoamericana, incluse le figure delle sante e santi popolari presenti nel mio paese e in gran parte del mio continente. Questo linguaggio rinforza l’idea di “beatificazione” della figura materna, con immagini iconiche e un’abbondanza di elementi quasi barocca. Dall’altro lato, mi ha ispirato la forza poetica della pittura di Paul Klee e il suo uso del colore.”

la-mamma-It-13Conoscendo il percorso di un libro come “La mamma”, i lettori si renderanno conto che qualunque libro ben fatto nasce da sforzo, decisioni, riflessioni, rinunce, che non è una traiettoria facile e veloce come potrebbe sembrare. Che il suo valore va ben oltre quello prettamente economico, che a ogni giro di pagina corrispondono tante emozioni e illusioni.
“Durante il periodo di gestazione del libro e di preparazione per il concorso ho rifiutato un lavoro, un invito alle vacanze al mare, ho investito in stampa e posta, ho preparato la festa del primo compleanno di Pedro, e mi chiedevo continuamente se tutto questo  fosse invano. Mi sembrava molto difficile poter ottenere il premio, però questo progetto mi rappresentava fortemente e sentivo che il concorso era la scusa perfetta per portarlo avanti. Ho avuto un grande aiuto e appoggio da parte della mia famiglia e dei miei amici. Tutti hanno fatto del loro meglio perché potessi farcela, prendendosi cura di Pedro, ascoltandomi, leggendo il testo o impaginando il menabò”

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Tanta perseveranza avrà una grata ricompensa: “ Mama” sarà pubblicato in castigliano, galiziano, catalano, euskera, portoghese, inglese e italiano.

Così è stato.

“Il giorno che mi hanno chiamata per dirmi che ero la vincitrice, era mattina presto e ero emozionatissima quando ho risposto al telefono. Pedro mi guardava sorpreso, eravamo soli in casa. Con le lacrime agli occhi, gli spiegai cosa mi avevano detto. Non parve importargli granché. Voleva che gli cambiassi il pannolino. Un piccolo modo di festeggiare la notizia!”

100_6474.jpg-per-WEB-4E certamente il libro, come ha desiderato Mariana Ruiz Johnson, sarà dedicato “a tutte le mamme del mondo”.

E aggiungiamo noi, anche in questo caso, così è stato.

http://www.kalandraka.com/blog/2013/05/03/mama-de-mariana-ruiz-johson/

Intervista agli illustratori, Giulia Frances risponde

Un lavoro per me comincia sempre con quello che chiamo l’aggancio emotivo. L’aggancio emotivo è ciò che riconosciamo dentro di noi ma che non sappiamo necessariamente definire. 

La prima volta che ho letto il testo L’ombrello giallo, subito dopo l’aggancio emotivo ho pensato: “Tempi Moderni” e “Bauhaus”.”

Prosegue l’appuntamento con il nostro questionario dedicato agli illustratori.  Quest’anno abbiamo rivolto le nostre dodici domande a alcuni artisti che erano al nostro stand al Bologna Children’s Book Fari. Oggi incontro con Giulia Frances Campolmi che ha illustrato “L’ombrello giallo”.

 

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Pastelli, pennarelli cere colorate e tempere sono stati a mia disposizione fin da quando ero piccolissima.
Però ricordo perfettamente quando mio zio mi ha regalato una confezione di 30 matite colorate della Giotto, avevo 6 anni e mi sembrava un regalo “da grandi” ne ero proprio orgogliosa;
mi dispiaceva appuntare le matite perché diventavano sempre più piccole e morivano. Ovviamente i colori che mi piacevano e quindi utilizzavo di più morivano prima e la faccenda mi mortificava. In occasione di quel regalo mio babbo mi ha costruito un astuccio di legno che continuo ad usare e confesso che provo ancora oggi un certo disagio quando appunto le matite, sopratutto quelle che mi piacciono di più.

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E’ arrivato prima il disegno o il colore?

Onestamente non lo so, anche adesso tendo a non fare molta distinzione, forse il disegno è descrizione e il colore è sensazione, ma mi servono tutti e due per creare
un’ immagine, un’ impressione.

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

In questo momento mi viene in mente solo un incubo ricorrente: una donna buona veniva a trovarci a casa, quando si girava di spalle aveva un viso da strega cattiva al posto della nuca; io ero la sola ad accorgermene e tutte le volte rimanevo paralizzata dallo shock e dalla paura.

Che storie preferivi da bambina?

Mi piacevano le storie, se trovavo qualcuno che sapeva inventarsele tanto meglio. Mia nonna mi raccontava sempre ‘Prezzemolina’ prima di addormentarsi dopo pranzo, era un vero e proprio rito.

Mio babbo mi leggeva le fiabe dei Grimm originali; mi esaltavano perché erano le storie “vere”, raccontavano come erano andate davvero le cose, paragonavo tutti i dettagli con le altre versioni che conoscevo quelle della Disney per esempio e mi sembrava di essere a conoscenza di importantissimi segreti.

Con mia mamma, lei è di Sydney, leggevamo molti libri australiani – i miei preferiti ‘Snugglepot and Cuddlepie’ di May Gibbs e ‘Dot and the Kangaroo’- ma anche di tradizione inglese come le Nursery Ryhmes, ‘Winnie the Pooh’, ‘Peter Rabbit’, Peter Pan… poi avevo ‘Il libro delle parole’ uno in inglese e uno identico in italiano di Richard Scarry.
Ho letto moltissimo da sola, Roald Dahl era certamente primo in classifica; all’esame di quinta elementare ho portato ‘Matilde’ di Dahl appunto, e ‘Momo’ di Michael Ende forse perché le protagoniste erano bambine.

A scuola tantissimo Rodari, nella la mia classe ci eravamo fissati con ‘Il Libro degli Errori’ e volevamo ascoltare le storie a ripetizione; mi ricordo anche che abbiamo letto tutti insieme Gianburrasca e abbiamo amato il magnifico libro (senza parole!!) The Snowman di Raymond Briggs. Il mercoledì avevamo 2 ore di ‘biblioteca’ che passavamo a scegliere i libri da prendere in prestito e a scrivere su delle schede cosa pensavamo del libro appena letto; c’era uno schedario che raccoglieva tutte queste opinioni così altri compagni potevano farsi un’idea. Quanto vorrei leggere i commenti adesso! Tra questi libri tanti della Bohem Press poi Leo Lionni, Tomi Ungerer e L’Albero di Shel Silverstein che ho sfogliato di recente e mi ha commosso ricordarmelo così bene.
Provavo un’antipatia viscerale per Pinocchio e un altro personaggio inglese che si chiama Noddy.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

No, non ricordo, ma questo disegno l’ho fatto tra i 2 e 3 anni; mi avevano portato a vedere uno spettacolo di Biancaneve e i sette nani. Mia mamma scriveva sempre ‘cosa era cosa’ sui disegni. Credo che il desiderio di accompagnare una storia con le immagini sia una urgenza primordiale.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

A dire il vero il mio percorso artistico professionale nasce in teatro, ma già ai tempi dei colloqui al St Martins College of Art avevo segnalato il corso di illustrazione come alternativa nel caso non mi avessero accettato nel corso di Design per il teatro; quindi anche se non era un’intenzione maturata, già sentivo l’illustrazione come una possibile strada.
Dopo anni di teatro, nel 2010 grazie al Master Ars in Fabula ho cominciato a scoprire un mestiere che amo sempre di più.

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Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Intuitivo senza dubbio. Ho scelto di pancia di entrare nel mondo del teatro e sempre con la pancia ho scelto di emigrare nell’ illustrazione.
In fondo non sono mestieri così diversi: si raccontano storie, si affronta un testo, si creano personaggi, si caratterizzano e si vestono; si creano spazi e ambienti in cui questi personaggi si muovono poi si danno le luci. Anche nell’ illustrazione c’è musica, rumore o silenzio.
Il ritmo, come passare da una scena all’altra o da una pagina all’altra e le preziosissime pause sono essenziali sul palco come in un albo.
L’albo illustrato soprattutto se viene letto ad un bambino è una performance, è un’esperienza ‘live’ e sensoriale.

La differenza più sostanziale, almeno per me, è che il lavoro in teatro è per sua natura collettivo mentre il lavoro dell’illustratore è molto più solitario. Inoltre non si deve costantemente rientrare in un budget, si può disegnare un castello pericolante e sfarzoso senza problemi di costi, non deve stare in piedi ed essere smontabile in 5 minuti, e non ci si deve preoccupare di questioni importanti di sicurezza.

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Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la filosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Questa è una domanda difficilissima, parliamo di un universo pieno di persone importanti nella mia vita e altre che ho amato per le idee, l’arte e le parole. Faccio brevemente una carrellata di punti di riferimento senza pensarci troppo:

Mondo teatrale: Kantor, Pina Bausch i Derevo mentre di quelli con cui ho lavorato Romeo Castellucci Societas Raffaello Sanzio e la compagnia Shunt.
I mondi di Almodovar e Fellini, Federico Garcia Lorca, Tolstoy, Cocteau, Beckett e Ionesco . Sartre, Simone De Beauvoir, Susan Sontag. Altre donne: Elsa Schiaparelli, Frida Kahlo, Louise Bourgeois, Eva Hesse, Rebecca Horn, Sandy Skoglund Gabriela Fridriksdottir Pittura : da Giotto a VerMeer a Yves Klein (con tutti quelli nel mezzo), la pittura aborigena, le stampe giapponesi….
Negli ultimi mesi ho letto Jung, Richard Yates, Rainer Maria Rilke, l’autobiografia di Gandhi, tutto Jane Austen, una raccolta di racconti persiani…
Nel cassetto del comodino tengo il Tao Te Ching perché anche se non mi considero particolarmente ‘spirituale’ mi aiuta a mettere le cose in prospettiva.
Sulla musica non ci provo nemmeno, ascolto e mi piacciono troppe cose diverse.  Devo moltissimo sul piano personale e artistico a tutti gli illustratori che ho conosciuto sul Master Ars in Fabula; per coerenza non posso non nominare Pablo Auladell perché chi mi conosce sa che lo tiro in ballo spesso, per la sua sensibilità artistica, la capacità di ascolto, per le tante cose che ci ha trasmesso e su cui ancora rifletto; la più importante forse “ad un certo punto bisogna diventare maestri di se stessi e confrontare il nostro lavoro proprio con il nostro lavoro” e poi Pablo usa spesso la parola fantasmagorico che di per se è una parola magica.
I miei compagni di corso e altri illustratori conosciuti più recentemente sono dei maestri dai quali ho imparato e continuo ad imparare altrettanto. E’ molto importante in questo mestiere avere una cerchia di sicurezza di persone, di artisti, con cui condividere le gioie e i dolori, i dubbi e le incertezze. Sono legami molto forti.  Altri illustratori che osservo con attenzione per svariati motivi sono Shaun Tan, Camilla Engman e Violeta Lopiz.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Un lavoro per me comincia sempre con quello che chiamo l’aggancio emotivo. L’aggancio emotivo è ciò riconosciamo dentro di noi ma che non sappiamo necessariamente definire. E’ il filo conduttore che fa rizzare le antenne quando ci apriamo per trovare ispirazione all’esterno nella ricerca di immagini, luoghi, colori e idee, ci aiuta a mettere in relazione le cose, a scegliere e ad eliminare quello che non è necessario.

La prima volta che ho letto il testo L’ombrello giallo, subito dopo l’aggancio emotivo ho pensato: “Tempi Moderni” e “Bauhaus”. La conseguenza è stata immaginarsi il libro in bianco e nero (poi gradazione di grigi) che sfocia nel colore e questa è diventata la narrazione emotiva della storia.
La narrazione visiva invece è diventata cinematografica; qualcuno ha pensato che derivasse dal mio background di scenografa, ma la verità è che stava tutto nel testo di Joel Franz Rosell, in quel realismo con sottilissima vena surreale.

Poi ci sono tante cose che ti sostengono durante il lavoro nello studio; tutto l’inizio de L’ombrello giallo ha avuto come colonna sonora ‘New Life’ dei Depeche Mode, ma già nella scena della vetrina siamo con ‘Broken Drum’ di Beck. Questi non sono i miei pezzi preferiti ma li ho ascoltati ossessivamente perché una volta scattato l’aggancio emotivo, il richiamo di quella musica serviva a rimanere in sintonia con l’atmosfera che intendevo creare in quel momento del libro.

Mentre per il progetto a cui sto lavorando adesso mi interessa molto il lavoro di Wolf Erlbruch per la freschezza e la sintesi e siccome per la prima volta sto scrivendo la storia, leggo Neil Gaiman, so che nei suoi libri c’è qualcosa di cui ho bisogno, ma ancora non l’ ho identificata. Per vie traverse in questo progetto c’entra molto Jackson Pollock e la voce (non la musica) di Johnny Cash, e sto ascoltando quasi esclusivamente Otis Redding.

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività’?

Per me anche la tecnica che si sceglie di usare per un libro dipende dalla natura del testo, dall’ aggancio emotivo e della ricerca svolta; l’illustratore stabilisce dei parametri all’interno dei quali muoversi per dare una coerenza estetica al lavoro.

In altri momenti ci sono le sessioni anarchiche dove si prova a fare solo per il gusto di vedere cosa succede, mescolando materie diverse, e non sempre le cose funzionano, ma è proprio attraverso questo principio di incertezza che nascono le cose più interessanti, le piccole grandi scoperte. Sono importanti le ore di gioco nello studio, arricchiscono il vocabolario visivo oltre ad essere semplicemente divertenti e a stimolare la curiosità e la vivacità.
La tecnica è un linguaggio e può diventare sterile oppure ridondante. Io ho avuto una fase dopo l’ombrello giallo in cui i lavori risultavano essere davvero troppo carichi, ora grazie al gioco si stanno alleggerendo. Uso spesso l’acquerello a volte mescolato all’acrilico, tocchi di tempera, carboncino, inchiostri e pastelli, recentemente lavoro anche con una specie di collage.
Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Curiosità, generosità, imparare le regole per poterle infrangere meglio.
Non annoiarsi. Essere presenti, amare profondamente e difendere la propria creatività e quello spazio fisico e temporale nello studio.
Suppongo che serva anche un bel po’ di coraggio.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

-Sorprendimi!

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Giornata del Libro e del Diritto d’autore, tre domande a Chiara Carrer

L’illustratrice veneziana Chiara Carrer ha alle spalle più di cento libri pubblicati da i principali editori di settore italiani ed esteri. Per Kalandraka ha illustrato “È non è”, testo di Marco Berrettoni Carrara. Accanto alla libera professione di illustratrice unisce da anni anche l’insegnamento presso l’ISIA di Urbino e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Un’esperienza che lei definisce la naturale continuazione della sua personale ricerca. A Bologna Children’s Book Fair le abbiamo proposto tre spunti di riflessione alla luce dell’epoca attuale-  dal ruolo del Maestro d’illustrazione al significato del diritto d’autore, che scegliamo di pubblicare oggi in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore patrocinata dall’Unesco. Chiara_48

 

Della tua lunga  esperienza di illustratrice e ricercatrice del settore fa parte anche l’insegnamento.  Qual è secondo te il ruolo del Maestro dell’illustrazione?

Tenendo conto che tutti gli illustratori affiancano al loro mestiere quello di docenze, workshops, incontri, la docenza è una parte fondamentale del mio percorso e sebbene io non abbia avuto un’educazione pedagogica istituzionale, probabilmente è una parte naturale che completa la mia ricerca.
Il docente ha il compito di cercare il più possibile di tirar fuori da ogni singolo individuo quello che ha da dire e di tentare allo stesso tempo il modo pertinente alla stessa persona con cui dirlo.
Si tratta di un compito non facile. C’è molta insicurezza nei giovani che incontro, poca coscienza di sé che spesso si manifesta in egocentrismo. Il docente deve far capire loro che non sono delle persone arrivate rispetto al mestiere che non hanno ancora uno stile, che non possono avere già un’identità completamente formata rispetto ad esso.
L’identità che si affianca all’arte e quindi all’artista si sviluppa se si capisce che esistono delle regole e che non puoi parlare di te ma attraverso di te. Un comportamento in cui c’è difficoltà a darsi, a rischiare, non c’è generosità, probabilmente dipende da un senso di smarrimento rispetto alla società che ci attende, e facilmente si trasforma in aggressività. Questo si percepisce in modo forte e inevitabilmente il docente vien investito di ruoli non suoi, psicologo e/o genitore.
L’esperienza dell’insegnamento è un’esperienza di annullamento rispetto all’identità della propria professione, in quanto docente offri le tue competenze i tuoi consigli, ma con una veduta mentale aperta, non puoi vedere con gli occhi con cui vedi la tua opera.
Tu sei davanti a tante personalità e devi entrare nella testa di ciascuno in maniera diversa.
Questa identità personale deve però poi confluire nel concetto di mestiere, di professione, in una mediazione tra il proprio desiderio di comunicare se stessi e quello che è il linguaggio che invece diventa condiviso con gli altri, col lettore che si deve identificare.
Ci deve essere una tale apertura per cui anche gli altri possano identificarsi.

Nella scuola cerchi la tua identità, ricerca che magari richiederà tantissimo tempo, ma è anche il luogo dove hai tempo di sperimentare.
Io non ho seguito un corso specifico d’illustrazione, non erano così frequenti come ora, ma ho studiato pittura e incisione all’Accademia. Per chi segue all’Università Illustrazione, potrebbe avere un processo molto più veloce. L’importante è capire che la ricerca necessita di tempo, di studio e fatica.  Non sempre il modo di esprimere quello che sentiamo è quello che credevamo.

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L’illustrazione ha radici lontane nella storia dell’arte. Qual è nella tua opinione l’evoluzione di questa forma espressiva e quale la sua identità contemporanea?

Io posso solo suggerire il mio punto di vista di chi l’illustrazione la fa.
Per la mia modesta esperienza posso dire che l’illustrazione è un vero e proprio linguaggio, penso appartenga di diritto all’arte visiva, utilizza lo stesso vocabolario e gli stessi strumenti. Non a caso la maggioranza degli illustratori ha una formazione principalmente artistica. Sanno bene che se vogliono arricchirsi, hanno bisogno di una serie di strumenti, basi culturali colte, conoscere la storia dell’arte e la letteratura.
Credo che l’illustrazione sia una forma espressiva costantemente legata alla forma narrativa, alla letteratura.  Anche i silent book devono avere una struttura narrativa per catturare lo sguardo. Ci sono anche libri in cui la parte visiva sviluppa una metodologia di narrazione diversa da quella sequenziale, immagini che stimolano la riflessione e l’attività, sollecitano l’osservazione e l’attenzione sull’ ambiguità della forma, come il classico “È questo o quello? ”della Agostinelli.
Spesso a parole si riconosce all’immagine un ruolo importante nella cultura, ma nella realtà dei fatti ancora si fatica a dare piena autonomia all’immagine e all’apporto culturale a lei proprio.
C’è una sorta di competizione tra scrittura e immagine e non di complementarietà di cui si parla tanto. Esse sono due forme complementari quando negli eventi pubblici o in seno alle catalogazioni in Biblioteche o librerie, i nomi degli autori sono entrambi rintracciabili.
Spesso in un festival di letteratura lo scrittore viene invitato a parlare e l’illustratore a fare un laboratorio, credo che questo comportamento rifletta una mentalità chiusa dentro schemi a mio avviso logori, luoghi comuni, definizioni di ruoli, etichette che io personalmente non condivido.

Nell’ambito lavorativo ci sono illustratori più esecutivi e altri più autoriali, ci sono tante sfaccettature del fare illustrazione, però non si può più definire l’illustrazione come dare lustro al testo, lo dimostrano tantissime belle edizioni e collane.  Sono  i comportamenti che non danno meritato riconoscimento a questa nuova e fertile proposta visiva.

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Si può parlare di una rieducazione al vedere, alla libertà del vedere…

Chi guarda e chi vive principalmente secondo il senso del vedere, ha un cervello che si forma secondo questa sensibilità che non deve essere per forza affiancata ad altri linguaggi per essere capita.
La sensibilità della vista esiste autonomamente. L’illustrazione ha una ricchezza culturale enorme.
A volte mi domando cosa insegno nel biennio dell’ Isia di Urbino. Prediligo insegnare il metodo, la riflessione e la progettazione, rispetto alle tecniche e introdurre gli strumenti del fare, perchè sebbene questi siano molto importanti, credo che prima di tutto si debbano rompere una serie di preconcetti.
La prima cosa che faccio è stimolare gli studenti ad imparare a vedere, e come si fa ad imparare a vedere? Attraverso l’esperienza diretta del disegno dal vero, l’osservazione analitica e la ricerca, credo che in questo modo si possa restituire, nella costruzione di un’immagine, il giusto ritmo.
Le immagini hanno una loro dimensione, una forma narrativa propria in cui non è indispensabile la sequenza narrativa.
La scrittura ha una logica di svolgimento, un prima e un dopo, un inizio, uno sviluppo e una fine, l’immagine può essere ora in questo momento e tutto finisce lì, ma in quell’istante contemplativo, tutto si ferma e modifica il tuo vedere successivo. La stessa cosa la vedrai con occhi diversi e da quel momento tutto avrà un sapore diverso, esattamente come una stessa lettura cambia nell’arco di una vita.
Decidi tu il modo per entrare nella narrazione, puoi decidere di visualizzare anche solo un frammento della vita, ma il come lo renderà unico.

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Che significato assume secondo te il diritto d’autore alla luce della realtà attuale?

In un’epoca in cui tutto e fruibile da tutti, in cui tutto è copia di tutto, è difficile salvaguardare il diritto d’autore, ma credo che ci siano buone ragioni per difenderlo: prima di tutto per una questione di onestà e rispetto reciproco.
Un autore non dovrebbe rubare nulla da un altro autore, ma se si ispira al lavoro di qualcun altro sarebbe bene trovasse una forma interpretativa diversa e ne riconoscesse la fonte.
Bisogna riconoscere il lavoro di ciascuno, capire l’importanza della cooperazione, della condivisione, condizione che secondo me nasce solo se esiste un rispetto reciproco profondo.
Riconoscimento del valore e del lavoro, vuol dire giusti contratti, restituzione dell’opera in cui ci siano degli originali, diritti d’autore per ogni utilizzo dell’opera diverso da quello concordato nel contratto, i nomi dello scrittore e dell’illustratore in copertina uno accanto all’altro e stessa importanza nella catalogazione dei libri.
Questi criteri potrebbero restituire a ciascuno il proprio merito, non c’è un mestiere che vale più di un altro, tutti sono indispensabili solo ne riconoscessimo l’importanza.
Ogni gesto di riconoscimento per ogni parte coinvolta nel processo di realizzazione, equivale a una legittimità di ogni competenza senza diseguaglianze. Non credo sia così, anche in ambito culturale esistono sistemi di sopravvivenza inaccettabili, copie, furti, appropriazioni illegittime, competizioni, oltre al diritto d’autore che dovrebbe attenersi al codice di comportamento deontologico della professione, ci dovrebbe essere un comportamento etico.

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http://www.chiaracarrer.com/bio.aspx

 

 

 

 

 

 

Il questionario di Kalandraka. Parla Arianna Papini

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” La formazione di architetto mi ha dato un metodo progettuale che mi ha cambiata nel profondo, sistematicamente ciò che mi arriva istintivamente lo inserisco in un progetto che ha un iter serio, anche se ludico. La formazione di arte terapeuta mi ha donato la gioia di stare nel presente, di godere del processo creativo più che del risultato finale…”

In occasione di Bologna Children’s Book Fair abbiamo rivolto il nostro questionario  di approfondimento dedicato agli illustratori ad alcuni autori che hanno firmato i libri al nostro stand. Iniziamo da  Arianna Papini, autrice per KlK di “Chi vorresti essere?” e “È una parola”.  Dalla formazione tecnica come architetto, alla scelta della scrittura e dell’illustrazione, che ha dato vita a più di 70 titoli scritti e disegnati da lei,  fino alla lunga esperienza di arteterapeuta, la strada che l’autrice fiorentina continua a percorrere è un costante cammino umano di ricerca e condivisione.

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Ho sempre avuto colori intorno a me… ma sono certa che la mia maestra delle elementari, la Lory, per un compleanno mi ha regalato una bellissima scatola di pastelli colorati.

È arrivato prima il disegno o il colore?

Credo che siano arrivati insieme. Ricordo che da piccolissima disegnavo accuratamente le forme dei miei animali (quelli sì, sono arrivati per primi!) e poi li coloravo. In quello ero già un po’ particolare, nel senso che non mi curavo che il gatto dovesse essere marrone o grigio, i miei gatti erano viola e verdi, avevano le trecce e sorridevano: sono molto grata a educatori e insegnanti che ho incontrato e che non mi hanno mai detto come dovevano essere i miei disegni! Disegnavo molti alberi che sembravano coralli, e anche quelli avevano colori strani. Ricordo bene che disegnare era già la mia passione: a differenza di tutti gli altri bambini speravo sempre che piovesse affinché nessuno decidesse di portarmi fuori… così potevo disegnare tutto il pomeriggio!

Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Sognavo sempre un orso grande che aveva però sembianze umane e mi spaventava. Quando mi svegliavo guardavo i miei animali, la gatta sul mio letto, la barbona nera Camilla e la loro presenza mi rassicurava.

Che storie preferivi da bambina?

Avevo alcuni titoli che amavo molto, “Il giornalino di Gianburrasca”, “Bibi una bambina del nord”, “Piovuta dal cielo” e “Il giorno in cui il porcellino d’india parlò”. Quest’ultimo era il mio preferito, provavo tutti i giorni a far parlare i miei animali sillabando loro parole semplici. La mia mamma mi leggeva un libro che mi piaceva molto, la storia di un signore con il suo pappagallo, e “Biancaneve”. Erano due albi illustrati incantevoli… avevano immagini diversissime tra loro, la storia del pappagallo era illustrata concolori chiari ad acquerello, ed erano brillanti e un po’ ironiche. Biancaneve invece aveva immagini pittoriche e scurissime… i particolari erano ottenuti dalle luci che facevano emergere gli oggetti da uno sfondo misterioso, non mi stancavo di guardarli.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Quando parlo immagino immagini. Credo di averlo sempre fatto. È automatico, anche quando mi parlano gli altri io vedo cose, me le immagino come quadri o illustrazioni. Non ho memoria che sia esistito nella mia vita un periodo in cui questo non accadeva.

In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando, un pò per caso e ancora ragazzina, ho partecipato a un concorso d’illustrazione e l’ho vinto. Il premio era l’illustrazione di un libro. Lì ho capito cosa avrei voluto fare, anche se non ero affatto sicura di riuscirci.

Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Entrambe le cose. L’arte è dentro di me, nel mio DNA, per merito anche dei miei nonni materni che mi hanno portata, fin da piccolissima, ai musei e nelle chiese. Giotto, Botticelli, Filippo Lippi, Michelangelo, Fra Angelico, Masaccio, Paolo Uccello mi lasciavano senza fiato. Collezionavo cartoline d’arte da piccola, le catalogavo e mi nutrivo, ero felice. Ho però sempre studiato tanto. Credo molto nella formazione, soprattutto per i mestieri che non sono riconosciuti dagli altri. La formazione ci rende consapevoli e sicuri di ciò che siamo, è allora che il giudizio altrui diventa una cosa secondaria. La formazione di architetto mi ha dato un metodo progettuale che mi ha cambiata nel profondo, sistematicamente ciò che mi arriva istintivamente lo inserisco in un progetto che ha un iter serio, anche se ludico. La formazione di arte terapeuta mi ha donato la gioia di stare nel presente, di godere del processo creativo più che del risultato finale e i miei pazienti mi portano le loro storie, così difficili, che sono trasformate nel setting attraverso l’arte, ancora. Continuamente mi formo sulle tecniche artistiche, ho sete e curiosità di conoscenza, non smetterò mai di studiare, ne ho bisogno per insegnare ai miei studenti e per la mia vita.

Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la filosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Come dicevo prima i miei maestri sono stati i pittori del Rinascimento perché la mia città è Firenze e non potrò mai prescindere da questo. Poi però sono andata altrove e ho amato Picasso, Klimt, le avanguardie, in particolare quella russa, il Bauhaus… La condivisione tra le diverse arti in primis, la generosità delle scuole, che cerco di comunicare ai ragazzi ai quali ho la fortuna di insegnare. In qualche modo anche loro, i miei studenti, sono i miei maestri.

Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Sempre la vita, in tutte le sue accezioni. Ho bisogno di approfondire e di capire i perché delle cose e l’arte e la scrittura mi permettono di farlo, in modo semplice e diretto. Tutto ciò che tratto nei quadri, nelle illustrazioni e anche nei miei scritti riguarda questo luogo e questo tempo, così densi e pieni di cose importanti…

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

In questo posso proprio dire di essere compulsiva… i materiali sono la mia ricchezza, quando ne scopro uno nuovo devo imparare a usarlo, faccio continuamente corsi di tecnica, ultimamente ho imparato a rilegare i libri, ho fatto corsi di tecniche calcografiche, linoleum, monotipia, acquarello, di cucito. Qualche anno fa odiavo ritagliare, oggi il collage è la tecnica che forse preferisco, e chissà cosa userò domani. Per un lungo periodo ho usato solo pastello, poi solo acrilico… Senza dubbio non ho ancora incontrato una tecnica che non mi affascini profondamente.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Passione. Competenza. Istinto.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Sono molto fortunata. I miei editori mi dicono ciò che vorrei sentirmi dire e non riesco ad immaginare altro. In realtà, essendo fondamentalmente anche autrice, spesso sono io che presento i miei progetti agli editori, mi piace andare da un solo editore e poi, solo se il progetto non è accettato, andare da altri. Il rapporto con gli editori è un elemento preziosissimo del nostro lavoro, è il riscontro di ciò che creiamo, è un’emozione grande anche quando, come nel mio caso, si hanno tante pubblicazioni alle spalle. In arte nessuno arriva, l’arte è un percorso e siamo sempre in cammino…

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Digressione

In una scuola  di San Giovanni in Persiceto “Achille il puntino” è stato scelto come libro ponte del passaggio dal nido alla materna. Un’esperienza di crescita che il bambino può rivivere attraverso la storia universale del puntino Achille all’avventura della … Continua a leggere

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Continuiamo il nostro incontro con Gabriel Pacheco. Per esprimere l’essenzialità dell’illustrazione nel suo percorso di vita  parafrasa Márquez  “illustrarla [la vita] per vederla”.  In questa seconda parte vi proponiamo il nostro “questionario”, dodici domande sul cammino biografico che ha portato … Continua a leggere

Dialogo con Gabriel Pacheco, da Sàrmede, prima parte

“…La mia idea di Messico è così, un contrappunto di tristezza e anelito, di un’antichità enorme e di un’infanzia che sembra perduta, di gente che sembra non essere nata lì, ma nemmeno in nessun altro luogo …” (Gabriel Pacheco da “Ospite d’onore Gabriel Pacheco” nel catalogo de “La immagini della fantasia” 31, pag.8)

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Gabriel Pacheco è ospite d’onore a Sàrmede, dove prosegue la 31esima edizione de “Le immagini della fantasia”, mostra visitabile fino al 19.01.2014 presso la Casa della Fantasia. Quest’anno il paese eletto è il Messico, terra originaria di Pacheco, che per l’occasione ha realizzato un dipinto murale e condotto un corso per giovani illustratori.

Il  catalogo della mostra apre con un’intervista di Anna Castagnoli che indaga nell’universo concettuale di Gabriel Pacheco.

Noi abbiamo scelto di  intraprendere un piccolo viaggio in due parti nell’animo poetico dell’artista che per Kalandraka ha illustrato “Il pulcinetto del boschetto”. Tre domande per parlare con l’autore della sua esperienza a Sàrmede, dalla realizzazione del murale alla sua idea del libro.

In un secondo momento vi proporremo il nostro questionario, una ricerca nel percorso biografico che ha portato l’illustrazione a essere il linguaggio prescelto da Gabriel Pacheco.

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Qual è stato il tuo approccio alla realizzazione del murale per la Casa della Fantasia di Sàrmede? A cosa ti sei ispirato? Che materiali hai utilizzato?

Mi ci sono approcciato con onestà, questa è stata la base, senza voler rinnovare o modificarmi in qualche modo. Piuttosto è stato il desiderio sincero di lasciare il segno di qualcosa che penso e credo. Poi, la tecnica è stata importante, perchè al di là del fatto che avevo solo nove giorni per realizzare il lavoro, ho deciso di usare un enorme grisaille, sfruttando solo la luce delle trasparenze da una base quasi nera. Una stampa con nero arricchito di azzurro, acrilico e emulsione per le trasparenze. Certo, subito dopo mi sono un pò pentito, ma lavorandoci un bel pò di ore sono riuscito a concludere. Il risultato è stata una proposta semplice ma piena di significati: il mio approccio, la mia idea del mondo, del libro, della poesia, del colore, della tecnica, dello spazio. Perchè è chiaro che fare questo lavoro in un luogo che ha una tradizione così importante di pittura murale comporta che non si possa realizzare altro se non qualcosa che manifesti la franchezza di quello che uno è.

002“La scala” Gabriel Pacheco, Programa Nacional Salas de lectura, Messico 2012.

C’è un rapporto con il laboratorio che hai svolto a Sàrmede?

Si, in questo periodo c’è un tema che mi ossessiona: la pietra e l’essere umano. Da qui il laboratorio, da qui il murale col titolo: Il poeta e la pietra.  Ho scoperto che la pietra è un oggetto metaforico per eccellenza, poetico, un oggetto che ci mostra la nostra impossibilità, come la finzione o come la poesia stessa. C’è una possibilità nell’impossibilità che descrive bene questa finzione che siamo. Come dire, la pietra ci riflette come illusione.

Che signifcato ha per te il libro? E il libro illustrato?

Per me il libro è un’invenzione bellissima, è come tracciare un segno che crea un legame infinito, e che nel momento stesso in cui lo formiamo ci forma. Un riflesso abissale. Amo i libri perchè mi hanno aperto una delle tante finestre che ci permettono di osservare il mondo. Credo in definitiva che esista un mondo perchè esiste il libro. E credo che al libro illustrato manchi il poter affermare di più nella società la sua natura, questa bella forma di legame attraverso altre stutture, perchè non è la didattica a insegnare tutto, il libro illustrato è un oggetto che lavora con altre idee, come il mancante, l’incerto, le possibilità, quello che il lettore genera con la sua interpretazione, non si tratta solo di un segno estetico, ma c’è tutto un discorso legato alla creatività della lettura. Per questo sono molto grato di avere l’enorme fortuna di poter lavorare coi libri.

001“Lo specchio delle immagini”,  Gabriel Pacheco, 2013

“…Un bambino legge tranquillo, circondato dalla sfumatura tenue che il silenzio procura: è completamente conquistato dal libro. Legge del dio Quetzalcoatl che volle impressa per sempre nel biancore della luna l’ombra del coniglio.  Con la lettura entriamo nella dimensione onirica dell’immaginazione…” (Gabriel Pacheco, da “Ospite d’onore Gabriel Pacheco” nel catalogo della 31esima edizione della mostra di Sàrmede, pag.8)