Archivi categoria: Le interviste di Kalandraka

Su Andersen si parla di Bernardo Carvalho e… “Grazie!”

Walter Fochesato  mette sotto i riflettori l’illustratore Bernardo Carvalho in questa edizione di Andersen, marzo 2015.  Con una riflessione su “Grazie!” che, dice, è un albo ” illustrato in stato di grazia”. E visto che nella nostra intervista sul libro siamo riusciti a parlare con l’autrice del testo Isabel Minhós Martins ma non con il creatore delle immagini, vi segnaliamo l’approfondimento del professore e critico di letteratura per l’infanzia anche alla voce “le interviste di Kalandraka”.

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“Grazie!”: la parola a Isabel Minhós Martins

Abbiamo conversato con Isabel Minhós Martins in occasione dell’uscita del libro “Grazie!”, questo “piccolo bel libro di filosofia” come Carla Ghisalberti lo ha definito nella sua recensione (http://letturacandita.blogspot.it/2015/01/la-borsetta-della-sirena-libri-per_29.html). 

Dopo gli studi in Belle Arti a Lisbona l’autrice  è giunta a dedicarsi al suo ambito artistico prescelto, la scrittura.  Insieme, tra gli altri,  a Bernardo Carvalho, autore delle illustrazioni di “Grazie!”,  ha dato vita al progetto Planeta Tangerina, una delle realtà editoriali contemporanee più impegnate e interessanti nel panorama della letteratura infantile europeo.

Per Kalandraka Isabel ha pubblicato anche “Pecorella dammi lana”, con le illustrazioni di Yara Khono. 

Le abbiamo rivolto cinque domande, partendo dalla nostra novità editoriale.

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Qual è stata la molla che vi ha spinto a scrivere un libro in cui la
parola “grazie” sembra riacquistare il suo significato più genuino?

Credo che l’energia di questo libro venga dal proverbio africano che esiste in molte lingue e paesi con diverse formulazioni e che dice qualcosa come “ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino”.
Oggi abbiamo bisogno di questo villaggio, non solo per una questione di sicurezza; va bene, tanti occhi che si occupano di un bambino è una bella idea se è nel senso della comunità che si prende cura, dove “tutti si prendono cura di tutti”, ma soprattutto perché non abbiamo bisogno di bambini isolati, che vivano solo con i loro genitori e i loro insegnanti in una vita in bianco e nero “scuola-casa-scuola-casa”.  C’è bisogno di tante voci intorno a loro, tante “verità”, tanti contesti. Solo così cresceranno più fiduciosi, più tolleranti, più aperti al mondo, più consapevoli della varietà di idee e ipotesi che esistono intorno a loro (e naturalmente i libri possono essere voci importanti e alternative).
Sono cresciuta in una famiglia grande, con molte zie, zii, cugini, e penso che fosse molto importante per me imparare cose così diverse (e a volte contradditorie) con tutti loro. È così che mi sono formata.

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Quali figure ti vengono di più in mente dell’ infanzia che hanno contato nella tua formazione?

I miei genitori, naturalmente, ma anche mia nonna Maria che era una donna molto forte!
Sapeva esattamente cosa voleva… E amava tanto la vita che, fino ai novanta, attendeva ogni mattina con grandi aspettative, curiosità e speranza. Questa è stata una lezione importante per me da bambina e anche da adulta. Ancora oggi, a 15 anni dalla sua morte, la ricordo ogni giorno.

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Chi è più difficile ringraziare?

Per me non è difficile dire grazie. Ho imparato a dire “grazie” e “ti voglio bene”… e tutt’oggi lo dico quando sento di doverlo dire.

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Come è nata  la collaborazione tra te e Bernardo Carvalho a questo libro?

Io e Bernardo siamo amici da quando avevamo 14 anni. Abbiamo studiato insieme, siamo come fratello e sorella, credo. Abbiamo anche fondato, insieme ad altri amici, il progetto Planeta Tangerina, una casa editrice portoghese indipendente dove pubblichiamo molti dei nostri libri. È bello avere questa libertà di creare e trasformare in libro le idee che ci vengono a trovare.

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Oltre che autori e illustratori siete anche, appunto, tra i fondatori della casa editrice Planeta Tangerina.
Qual è la parte più difficile, secondo voi, del mestiere di editore?

Credo che la parte più difficile sia dire “NO, GRAZIE” a tutte le persone che desiderano fare un libro per bambini. Non è sempre facile spiegare perché si declina un progetto

Fai clic per accedere a Grazie-It_01.pdf

Il questionario di Kalandraka , dodici domande all’artista Yara Kono

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Le illustrazioni di Yara Kono sono l’anima visiva  di “Pecorella, dammi lana”, testo di Isabel Minhós Martins. Una bella filastrocca invernale, ma anche la storia di un prendersi cura reciproco, di un dialogo tra bambino e animale,  un invito a ricordare l’essenza e l’essenzialità delle cose. Se per la voce bambina che canta la filastrocca, rivolgendosi alla pecorella, è essenziale la lana dell’animale per ripararsi dal freddo, altrettanto  vitale  è che la pecorela si protegga. Quello che l’essere umano prende dalla natura può ridarlo sotto forma di ingegno, di lavoro, e se questo avviene in una considerazione di rispetto, ci guadagnano entrambi, in un equilibrio del vivere.

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Ma l’ essenzialità è anche uno degli elementi che   trasmettono le  illustrazioni di Yara Kono, un insieme di contaminazioni, tra cui salta all’occhio di impatto l’influenza delle sue origini giapponesi.  L’autrice, nata a San Paolo, in Brasile, abita in Portogallo dove collabora al progetto Planeta Tangerina, una delle realtà editoriali europee più innovative del momento.

Le abbiamo rivolto il questionario di Kalandraka, le nostre dodici domande dedicate agli illustratori.

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Non è stato il primo, ma ricordo bene un astuccio di metallo con dentro 12 matite che ricevetti dai miei nonni paterni quando vennero a trovarci dal Giappone per la prima (e unica) volta. Mi sembrava il migliore astuccio di tutti i tempi. Lo usavo con moderazione e mi è durato molti anni.

È arrivato prima il disegno o il colore?

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Volare e trovarmi scalza o in pantofole in differenti circostanze, ma soprattutto a scuola, erano i miei sogni ricorrenti. Ancora oggi, ogni tanto, volo nei miei sogni.

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Che storie preferivi da bambina?

Mi piacevano i racconti tradizionali giapponesi come “Momotaro”, “Urashimataro” e “Kaguyahime”. Mi ricordo anche di una raccolta di storie dei fratelli Grimm e un’altra di favole di La Fontaine che ho letto e riletto un sacco di volte.

 Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Sicuramente, da piccola mi è capitato tantissime volte, inconsapevolmente. Mi ricordo che illustravo tutta una serie di storie durante le lezioni teoriche del corso di Farmacia…

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

È qualcosa che è sorto spontaneo. .. Andare a vivere in Portogallo e lavorare in Planeta Tangerina sono stati due momenti che hanno condizionato la direzione del mio percorso in questo senso.

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Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Forse più intuitivo. Non ho niente di pianificato a lungo termine.  Anche le tecniche/linguaggi che penso mi piacerebbe sperimentare o le persone/editori con cui mi piacerebbe lavorare, alla fine tutto dipende dal progetto che ho per le mani.
 Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Sono tante le persone che ammiro e mi ispirano…
Credo di poter considerare Planeta Tangerina la mia scuola, dove ho scoperto la mia parte illustratrice.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Quasi tutto.
Può essere un ordinario giorno di lavoro, un giorno di sole o una giornata grigia, una passeggiata nei dintorni di casa o un viaggio lontano, la famiglia e gli amici, la visita a un museo, il fruttivendolo del quartiere, un libro… l’attenzione ai dettagli, ai piccoli avvenimenti.

 Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più  a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

Collages, timbri, matite colorate, evidenziatori, carboncino… Concludo sempre i miei lavori al computer, che finisce per essere il mio porto sicuro.

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Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Essere originale (avere una visione unica del mondo). Osare. Sapersi fermare.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Una copertina in cui prevalga il nero.

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Per finire una cuffietta

Per coprirti poverella!

Passerai bene l’inverno,

lo prometto pecorella!

Le voci dei “Cari Estinti”. Riflessioni con l’autrice Arianna Papini

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Abbiamo parlato con Arianna Papini in occasione dell’uscita di “Cari Estinti“, il suo ultimo libro appena pubblicato  da Kalandraka. I cari estinti sono venti specie animali, scomparse in conseguenza delle azioni umane sul loro habitat o direttamente  su loro stessi.  Arianna Papini gli dà voce facendoli tornare a parlarci dall’aldilà con  poetici e ironici  epitaffi accompagnati da ritratti. Dove principi, re e nobili personaggi dipinti non sono quelli di importanti famiglie del passato, ma sono alcune delle tantissime specie animali   che non sono più tra noi. La prima parte delle considerazioni dell’ autrice  l’avevamo pubblicata per presentare il ritratto “La pecora Dolly“,(https://libripersognare.wordpress.com/tag/libri-per-sognare/) premiato a Lucca Comics al concorso “Ritratti rivoluzionari”,  come anticipo dei temi di “Cari estinti”. Da qualche parte tra le pagine del libro si nasconde infatti anche lei, la pecora clonata. Sta al lettore scoprirla tra le parole degli animali. Qua vi suggeriamo la seconda parte con i punti  di  riflessione che le abbiamo proposto.  Siamo partiti dalla ricerca  svolta per il suo lavoro, per arrivare  a parlare di poesia.  Ci siamo confrontati poi su una questione che emerge sempre  nell’opera di Arianna, per la quale tutto parte  dalla relazione con l’altro,  la  diversità come fonte di conoscenza, di paragone  per la scoperta di sé.  Questo ci ha riportato anche ai protagonisti di un altro albo, i primati di Anthony Browne nel libro “Un gorilla. Un libro per contare”, in cui lo sguardo dei nostri antenati, le scimmie, ci fa da specchio. E infine una riflessione su speranza e infanzia per riparlare di un vocabolo che, oltre all’uso comune, ha come ogni parola, un  preciso senso vitale e esistenziale. Ecco alcuni pensieri  in libertà che l’autrice ci ha offerto in questa occasione.

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La ricerca

Questo libro mi è costato molto da un punto di vista emotivo. La mia ricerca quindi è stata solo una ricerca storico-scientifica. Mi è sempre interessato mantenere viva la memoria di ciò che non c’è più, ho iniziato quindi dagli animali estinti da molto tempo, come il Dodo che forse è stato proprio il primo che ho scelto perché mi è molto simpatico e fin da bambina rimpiangevo il fatto di non poterne incontrare mai uno. La ricerca delle immagini mi ha condotta a quegli esploratori che sono stati la causa prima dell’estinzione, che spesso erano studiosi e avevano la capacità di documentare attraverso disegni e stampe ciò che vedevano.  Ci sono le liste ufficiali anche sul web degli animali  estinti ma mi ha divertito, durante la ricerca, scoprire che su molti animali l’uomo non sa con certezza. Loro si sono nascosti, sono scomparsi alla nostra vista ma spesso non abbiamo potuto affermare realmente che non esistessero più.

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Nella foto Arianna Papini durante la premiazione a Lucca Comics per la sua opera “La pecora Dolly” nel contesto “Ritratti rivoluzionari”.

Questa sorta di nascondino mi ha riportata alla possibilità di giocare sul sapere e il non sapere.  L’uomo non accetta di ammettere che la maggior parte dello scibile non sia spiegabile razionalmente e scientificamente, questo mi ha sempre divertito molto.  Amo pensare che certi animali rarissimi stiano nascosti prendendoci in giro, un po’ come fanno i Cari Estinti del libro. Gli umani adulti in particolare danno sempre risposte alle domande, rispondono cose assurde pur di non ammettere di non sapere, soprattutto quando a chiedere sono i bambini. In realtà capire che la nostra conoscenza è limitata rappresenta una grande opportunità: non siamo padroni dell’universo, facciamo parte di qualcosa di immenso e inspiegabile, entità infinite e affascinanti che la nostra mente non riesce neanche ad avvicinare, se non con la spiritualità e la fantasia. Dire ad un figlio che non sappiamo la risposta alla sua domanda significa insegnargli la dignità e la consapevolezza dei propri limiti. Spesso dalle domande dei miei figli sono nati i libri che amo di più: non avrei mai saputo dare loro una risposta, così ho scritto e dipinto immaginando e ipotizzando vie di comprensione da leggere e immaginare insieme.

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la poesia…
 Il linguaggio poetico è quello di cui si servono i bambini ed è quello che purtroppo spesse volte dimentichiamo di usare quando diventiamo persone adulte. Le domande dei bambini, ma anche le loro risposte, se le ascoltiamo ci portano il più delle volte pura poesia. Certe definizioni o anche le parole un po’ cambiate in modo da rendere più forte quello che vogliono esprimere, è semplicemente ciò che fanno i poeti che, come i pittori, tengono con sé la loro parte bambina come valenza preziosissima. È per questo che la poesia giunge ai bambini in modo molto diretto, senza ostacoli, con la sua musicalità, la possibilità di essere cantata e suonata, le licenze che fanno scivolare via parole su frasi imperfette e dunque indelebili nella memoria. Lo stereotipo, come la ricerca della perfezione, sono frutto di un tempo critico, quello in cui viviamo e in cui dobbiamo osservare le forme dei bambini fin dalla gestazione per decidere se sono abbastanza perfetti per nascere. Ma cos’è l’imperfezione? A mio parere è poesia, poiché ci rende possibile distogliere lo sguardo da ciò che conosciamo e ci prefiguriamo per portarci in luoghi nuovi, altamente creativi. La rima a me serve invece per limitare messaggi dirompenti, che mi fanno soffrire profondamente e che contengono troppe parole e definizioni. Così, misurando le sillabe e cercando la rima, tutto questo infinito paesaggio di vocaboli e sentimenti si restringe e, in questo modo, riesce a contenere anche ciò che provo, che è da sempre troppo forte.
La speranza…
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La speranza è ciò di cui i bambini sono fatti, come la poesia. La mia esperienza in oncologia pediatrica mi ha insegnato una cosa grande, che i bambini sono fatti essi stessi di speranza e che la fiaba la può coltivare anche in noi, creando un ponte di gioia perfino in luoghi densi di dolore. Senza speranza sarebbe inutile scrivere, cosa scriveremmo a fare? Vogliamo dare ai bambini messaggi importanti, i miei libri sono sempre lettere che spedisco a qualcuno che conta nella mia vita ma che poi, tramite l’editore, arrivano per incanto a tante persone. Sono un mezzo di diffusione meraviglioso perché non conosciamo i nostri lettori, se non in piccolissima parte.

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Questo è molto bello ma rappresenta anche una grande responsabilità. Scrivere per i bambini non è, come alcuni pensano, più facile che scrivere per adulti. A una persona che è già cresciuta ti puoi permettere di parlare anche senza pensare troppo, i bambini colgono invece i linguaggi in ogni sfumatura e vengono colpiti in modo fortissimo dall’assenza di speranza. Fortunatamente io per carattere speranza dentro di me ne trovo sempre, per cui non faccio fatica anzi, mi sento compresa dai bambini, colgo i loro messaggi di approvazione quando ho la fortuna di incontrarli e questo mi fa pensare che forse ho inboccato la strada giusta, anche se siamo tutti solo all’inizio del nostro percorso umano e professionale.

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È un dovere di noi scrittori diffondere la speranza che le cose possano cambiare, perché senza speranza non esiste educazione, dobbiamo credere che le persone apprendano sempre nella vita, ce lo insegnano grandi personaggi come Picasso o Maria Lai, rendendoci chiaro che possiamo giocare e quindi sperare anche in tarda età. Così in questo libro a cui tengo moltissimo troverete animali estinti ma anche altri di cui non si sa se sono estinti o nascosti, altri ancora che sono in pericolo di estinzione. Tutti loro parlano rivolgendosi a noi, ci dicono cosa vorrebbero che accadesse, ci mandano un forte messaggio che dobbiamo accogliere insieme, adulti e bambini. Ma i bambini rappresentano il futuro e dunque incarnano la speranza essi stessi: per questo dovremmo avere più fiducia in loro ed affidarci alla saggezza dell’infanzia in questo percorso di consapevolezza e cambiamento.

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 Il confronto con l’altro…
  Gli animali estinti e quelli ancora presenti su questa terra rappresentano la grande ricchezza nella varietà che il mondo, la natura o altro di cui non sappiamo, ci ha donato. Perché l’uomo getti via tutto questo con grande facilità resta un mistero, ma un dubbio ce l’ho sempre e riguarda l’ignoranza delle persone. Ignorare significa non sapere, non conoscere.  Abbiamo il dovere di conoscerci tra esseri diversi e di saper cogliere in questo la grande ricchezza del mondo. Dobbiamo essere curiosi, instancabili nella ricerca di noi stessi, poiché solo così abbandoneremo gli stereotipi essendo ogni persona e ogni essere vivente unico e irripetibile.
 

La parola agli autori. “Stormo” e il gioco di contraddizioni dei suoi protagonisti

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Vi abbiamo anticipato in occasione della premiazione di Arianna Papini a Lucca Comics per l’opera “La pecora Dolly” l’arrivo di un libro. In cui le conseguenze della devastazione dell’ambiente da parte dell’essere umano nelle più svariate modalità emergono dalle parole degli animali. Fine. Per ora. Torniamo indietro, agli uccelli protagonisti della  nostra ultima pubblicazione. Gli uccelli  di “STORMO” che finiscono per portare desolazione e distruzione al mondo e quindi a sé stessi. Ma con una speranza. Che ci riporta all’origine, ricordandoci quello che siamo. E qui passato e futuro non possono fare a meno l’uno dell’altro per ricominciare, per  ripartire, da quella desolazione.  Abbiamo rivolto tre  domande agli autori messicani   María Julia Díaz Garrido e David Daniel Álvarez Hernández autori che con questa opera prima, magistralmente illustrata, hanno vinto il  V Premio Compostela per Albi Illustrati.  Cercando di non voler offrire risposte o sostituirsi all’esperienza personale di ciascun lettore,  abbiamo un po’ indagato su alcune scelte  del lavoro dei due artisti.

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Perché avete scelto un’ambientazione non contemporanea per la vostra storia e con l’uso del bianco e nero? Gli aspetti dell’ambientazione e dei costumi si riferiscono a un periodo storico preciso?

L’epoca in cui si colloca la storia fa parte del gioco di contraddizioni del libro. I personaggi credono di avere ottenuto tutto, gli hanno fatto credere che è il momento culminante  per la loro specie, quello di maggior progresso, sviluppo e comodità. Ma noi, che li osserviamo da un’epoca successiva, percepiamo i loro abiti, i loro stili di vita, i loro dispositivi come anacronistici e obsoleti, quindi ne deduciamo che non stavano al punto in cui pensavano di essere. Sicuramente, è la stessa cosa che penseranno di noi in futuro.
In alcuni casi l’abbigliamento aiutava a potenziare il significato delle illustrazioni.
L’assenza di colore accentua l’idea di una collocazione nel passato, desideravamo trasmettere la sensazione che siamo di fronte a istanti del passato di questa specie.

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Com’è nata l’idea degli uccelli come protagonisti del libro?

Abbiamo scelto gli uccelli perché ogni specie possiede un significato legato alle sue caratteristiche, sono concetti che tutti conosciamo e osserviamo quotidianamente; per esempio l’aquila è la grande cacciatrice, il pavone reale è associato alla bellezza, la colomba alla pace eccetera. Queste associazioni permettono che il contrasto tra immagine e testo sia costante e che l’unione di entrambi conferisca maggiore impatto alle idee che desideriamo esprimere.

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stormo-It-B-13Perché avete scelto come immagine conclusiva quella del piccolouccello che vuole imparare a volare anche se è legato ?

Perché la possibilità di cambiamento è nelle nuove generazioni e nel loro sforzo di recuperare conoscenze e abilità ma sempre col sostegno delle generazioni precedenti. La piccola appare legata perché non è ancora pronta per volare da sola, cambierà pian piano le sue abitudini.

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Il questionario di Kalandraka, 12 domande a João Vaz de Carvalho

Presentiamo João Vaz de Carvalho. I suoi disegni sono protagonisti dell’edizione di Kalandraka di “28 storie per ridere”, brevi racconti di Ursula Wölfel, autrice recentemente scomparsa, definita in Germania la Rodari tedesca (http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/morta-Ursula-Wolfel-la-Rodari-tedesca-che-con-le-sue-favole-ha-fatto-ridere-i-bambini-a1a82cf2-1feb-4276-b5b5-29ce4f16585b.html).

Carla Ghisalberti nella sua recensione dedicata al libro dichiara che se le storie l’hanno fatta ridere tutte, tranne una (che non ci rivela) le illustrazioni hanno compensato questa unica mancanza.  ( http://letturacandita.blogspot.it/2014/09/la-borsetta-della-sirena-libri-per.html).
Le nostre 12 domande dedicate agli illustratori oggi si rivolgono a questo artista portoghese, capace di cogliere nelle sue immagini l’aspetto umoristico e tragicomico dell’esistenza, e  il cui desiderio rispetto alle proposte degli editori è che gli venga commissionata una storia da realizzare solo per immagini.

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 Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Credo sia stato mio nonno ad avermi regalato il primo astuccio di matite colorate. Aveva un piccolo negozio dove si vendevano generi alimentari, articoli religiosi, articoli per la scuola e varie altre cose. Vi si vendevano confezioni da sei e altre da dodici matite. La maggior parte dei ragazzini potevano comprare solo la scatola da sei. Io, essendo il nipote, ne vantavo una da dodici. Mi sentivo un privilegiato.

È venuto prima il disegno o il colore?

Credo di aver iniziato prima a colorare, ricordo due libri da colorare, mi piaceva molto. Mi ricordo anche che nei miei libri di scuola c’erano poche illustrazioni, avevano appena qualche stampa in bianco e nero, belle, ma tristi. In classe passavo il tempo a colorarle.

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Ricordo di un sogno, che più che altro era un incubo. In casa mia c’era un lungo corridoio, alla fine del quale si trovava una camera, poco accessibile per me, perché era quella dei miei nonni. La notte sognavo di trovarmi in mezzo al corridoio, nel buio, e di camminare verso la stanza. Da lì usciva una figura grande, dai contorni indefiniti e molto spaventosa, sempre occupata a fare strane cose, non saprei dire cosa esattamente, e cercava di afferrarmi. Non mi faceva mai del male perché mi svegliavo sempre nel momento in cui stava per prendermi.
Rammento che, a forza di fare questo sogno tante volte, creai una certa complicità con questa figura, divenne qualcosa di naturale, che quasi mi aspettavo, e così inziò a farmi meno paura.
Che storie preferivi da piccolo?

Tra le tante, mi vengono in mente sopratutto “João e o pé de feijão (Giacomino e il fagiolo magico), “Pierino e il lupo” e “Pinocchio”.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?
Confesso che le storie che mi affascinavano di più erano quelle che si raccontano quasi solo con un’ immagine, senza bisogno del testo. Ancora oggi preferisco questo tipo di approccio. Ci sono testi che sono estremamente appetitosi da essere illustrati. Ricordo, ad esempio, che desideravo illustrare “As aventuras de João sem medo” , solo perché adoravo la storia, un’idea sulla quale ho iniziato a lavorare ma che non ho mai concluso.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratore di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando ho iniziato ad illustrare, dipingevo ed esponevo già da un po’ di tempo. Sono state le caratteristiche dei miei quadri a far sì che mi arrivassero proposte per iniziare a disegnare per la stampa. Solo più tardi sono diventato illustratore di libri.

Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

È stato completamente intuitivo. Sono un auto didatta. Nonostante abbia lavorato per un periodo a Coimbra, presso l’atelier del Maestro Vasco Berardo, dal quale ho imparato molto, ero ben lontano da immaginare che un giorno della mia vita sarei divenuto pittore e illustratore.

Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Per le forti emozioni che mi risvegliano, posso citare Pieter Bruegel, Hieronymus Bosch e Vincent Van Gogh, come primi responsabili di avermi fatto intraprendere il cammino della pittura e dell’illustrazione.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

La più importante fonte di ispirazione sono i ricordi, la memoria. In un certo senso, ogni volta che realizzo un lavoro è come se stessi rivivendo qualche vicenda passata. È un’influenza fondamentale. Questo flusso di ricordi continua ad essere alimentato quotidianamente. Non comprendo il processo che fa emergere un ricordo piuttosto che un altro, è qualcosa che non obbedisce ad una logica riconoscibile. Sembra che ci sia un filtro che fa venire a galla un avvenimento insignificante e me ne fa accantonare un altro importante. Non mi pongo troppe domande su questo, ma forse ha a che fare con il mio senso dell’umorismo.

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Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

Normalmente uso l’acrilico su carta o su tela. Sono i miei materiali preferiti.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?
Impegno/perseveranza. Esser auto-critico ed essere sempre disponibile a correggere gli errori. Lavorare tanto e non desistere finché non si è raggiunto il risultato desiderato. Disegno. Ritengo fondamentale saper disegnare. Il disegno è determinante per qualsiasi lavoro. Disegnare molto, è indispensabile. Ogni illustratore ha bisogno di avere un percorso personale. È molto importante che lo trovi dentro di sé. Solo se incontrerà un proprio linguaggio riuscirà a distinguersi dagli altri.

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Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Pubblicare un libro solo con le mie immagini/storie e senza testo.

Tornano i Capretti caproni, parliamo con Olalla Gonzalez

Olalla Gonzalez da anni lavora  sul recupero e il riadattamento dei racconti della tradizione orale, uno degli elementi che caratterizza il progetto di Kalandraka che li fa rivivere nella forma dell’albo illustrato, con ricerca sul testo e illustrazioni di autori contemporanei.  “Il piccolo coniglio bianco” e “Capretti caproni” sono appena usciti in Italia in una nuova edizione. Due libri che rappresentano gli esordi di Kalandraka  in Italia.  Abbiamo rivolto alcune domande all’ autrice del testo dei capretti e proposto il nostro questionario all’illustratore Federico Fernandez (link in basso), dopo avervi già  presentato l’intervista a Xosé Ballesteros e a Oscar Villan per la ricomparsa del coniglio bianco.

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Come è iniziato il tuo interesse per la letteratura infantile e in particolare per il recupero dei racconti della tradizione orale?

In Spagna, quando ero piccola non c’erano albi illustrati né nelle scuole, né nelle biblioteche e neppure nelle librerie. È stato grazie alla mia formazione come maestra che ho scoperto la buona letteratura per l’infanzia. Iniziai allora a conoscere grandi autori: Leo Lionni, Maurice Sendak, Eric Carle… e grandi titoli: ¿A qué sabe la luna?, Chi me l’ha fatta in testa?… i racconti tradizionali e le storie rivolte ai bambini. Ma la parte più bella di questo modo di scoprire la letteratura infantile è stato vedere come i bambini e le bambine della scuola osservano, leggono, imparano e vivono gli albi illustrati.  Ho capito allora che la letteratura infantile e sopra tutto gli albi illustrati, non sono solamente una storia con immagini, rivelano tutto un mondo fatto di valori, di un determinato linguaggio  e di peculiarità.

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Come hai scelto “Capretti caproni”? Qual è l’origine a te nota di questa storia?

Si tratta di  un racconto tradizionale inglese non molto conosciuto in Spagna. Ha una struttura e un messaggio molto adatti ai primi lettori: affronta la questione delle dimensioni, del dialogo, del  lavoro di squadra. I suoi personaggi sono tre capre e compare un elemento  grande e pericoloso: l’orco. Un testo fondamentale a partire dai tre anni.

Quali sono secondo te gli aspetti che più caratterizzano e accomunano i racconti della tradizione orale?

Credo che i racconti tradizionali posseggano una serie di valori indispensabili per comprendere e conoscere quello che ci circonda, rappresentano un’opportunità perché i bambini e le bambine possano approcciarsi alla conoscenza del mondo da soli o accompagnati da un adulto.

 Tu e Federico Fernandez avete lavorato insieme al libro o hai proposto il testo all’illustratore?

Dopo che avevo adattato il testo abbiamo parlato con Federico. Gli è piaciuto molto e ha scelto di illustrarlo. Abbiamo discusso della storia e ha avuto chiaro fin dall’inizio come raffigurarla, in particolare nel momento di rappresentare i personaggi.

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https://libripersognare.wordpress.com/2014/06/10/intervista-allillustratore-federico-fernandez/