Il questionario di Kalandraka , dodici domande all’artista Yara Kono

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Le illustrazioni di Yara Kono sono l’anima visiva  di “Pecorella, dammi lana”, testo di Isabel Minhós Martins. Una bella filastrocca invernale, ma anche la storia di un prendersi cura reciproco, di un dialogo tra bambino e animale,  un invito a ricordare l’essenza e l’essenzialità delle cose. Se per la voce bambina che canta la filastrocca, rivolgendosi alla pecorella, è essenziale la lana dell’animale per ripararsi dal freddo, altrettanto  vitale  è che la pecorela si protegga. Quello che l’essere umano prende dalla natura può ridarlo sotto forma di ingegno, di lavoro, e se questo avviene in una considerazione di rispetto, ci guadagnano entrambi, in un equilibrio del vivere.

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Ma l’ essenzialità è anche uno degli elementi che   trasmettono le  illustrazioni di Yara Kono, un insieme di contaminazioni, tra cui salta all’occhio di impatto l’influenza delle sue origini giapponesi.  L’autrice, nata a San Paolo, in Brasile, abita in Portogallo dove collabora al progetto Planeta Tangerina, una delle realtà editoriali europee più innovative del momento.

Le abbiamo rivolto il questionario di Kalandraka, le nostre dodici domande dedicate agli illustratori.

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Non è stato il primo, ma ricordo bene un astuccio di metallo con dentro 12 matite che ricevetti dai miei nonni paterni quando vennero a trovarci dal Giappone per la prima (e unica) volta. Mi sembrava il migliore astuccio di tutti i tempi. Lo usavo con moderazione e mi è durato molti anni.

È arrivato prima il disegno o il colore?

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Volare e trovarmi scalza o in pantofole in differenti circostanze, ma soprattutto a scuola, erano i miei sogni ricorrenti. Ancora oggi, ogni tanto, volo nei miei sogni.

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Che storie preferivi da bambina?

Mi piacevano i racconti tradizionali giapponesi come “Momotaro”, “Urashimataro” e “Kaguyahime”. Mi ricordo anche di una raccolta di storie dei fratelli Grimm e un’altra di favole di La Fontaine che ho letto e riletto un sacco di volte.

 Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Sicuramente, da piccola mi è capitato tantissime volte, inconsapevolmente. Mi ricordo che illustravo tutta una serie di storie durante le lezioni teoriche del corso di Farmacia…

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

È qualcosa che è sorto spontaneo. .. Andare a vivere in Portogallo e lavorare in Planeta Tangerina sono stati due momenti che hanno condizionato la direzione del mio percorso in questo senso.

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Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Forse più intuitivo. Non ho niente di pianificato a lungo termine.  Anche le tecniche/linguaggi che penso mi piacerebbe sperimentare o le persone/editori con cui mi piacerebbe lavorare, alla fine tutto dipende dal progetto che ho per le mani.
 Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la fiolosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Sono tante le persone che ammiro e mi ispirano…
Credo di poter considerare Planeta Tangerina la mia scuola, dove ho scoperto la mia parte illustratrice.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Quasi tutto.
Può essere un ordinario giorno di lavoro, un giorno di sole o una giornata grigia, una passeggiata nei dintorni di casa o un viaggio lontano, la famiglia e gli amici, la visita a un museo, il fruttivendolo del quartiere, un libro… l’attenzione ai dettagli, ai piccoli avvenimenti.

 Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più  a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

Collages, timbri, matite colorate, evidenziatori, carboncino… Concludo sempre i miei lavori al computer, che finisce per essere il mio porto sicuro.

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Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Essere originale (avere una visione unica del mondo). Osare. Sapersi fermare.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Una copertina in cui prevalga il nero.

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Per finire una cuffietta

Per coprirti poverella!

Passerai bene l’inverno,

lo prometto pecorella!

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