Archivi del mese: ottobre 2014

“Stormo” su Lettura Candita

“Memento!”. Questa è la parola con cui la critica di letteratura infantile Carla Ghisalberti titola la sua recensione di Stormo  di María Julia Díaz Garrido, David Daniel Álvarez Hernández che, dice, andrebbe letto nelle scuole tutti i giorni.  Dal blog Lettura Candita.

 http://letturacandita.blogspot.it/2014/10/la-borsetta-della-sirena-libri-per_17.html

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“Stormo” su Le Letture di Biblioragazzi

Sul blog Le letture di  Biblioragazzi, Premio Andersen 2011 come protagonisti della promozione e della cultura, Valeria Baudo parla di “Stormo” di   Marìa Julia Dìaz Garrido e David Daniel Alvarez Hernàndez

Si inizia citando reminescenze.  Un insieme di richiami  che la storia ha risvegliato nell’autrice dell’articolo, con la forza universale del mito e delle genesi bibliche.  Link completo sotto.

http://biblioragazziletture.wordpress.com/2014/10/26/stormo-2/

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Il libro illustrato, strumento per l’inclusione

 

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L’inclusione è in una società globale l’argomento di punta per evitare il conflitto e dare l’opportunità di crescere insieme alle persone di realtà culturali e circostanze vitali diverse.   Condividere lo spazio al di là dei confini territoriali, mentali e economici sta diventando uno degli argomenti più scottanti in occidente.  L’inclusione è un’idea, un modo di vivere che si traduce poi in politiche. La cultura può giocare un ruolo fondamentale. E se il bambino è proiezione al futuro e fiducia, allora è a lui innanzitutto che ci si rivolge. In questa direzione si stanno muovendo non a caso molte iniziative sul libro per l’infanzia. Ci hanno pensato Area onlus e la Fondazione Giovanni Agnelli che organizzano dal 25 al 31 ottobre 2014 la manifestazione Lettori senza frontiere. Settimana del Libro accessibile a Torino, manifestazione che esplora le possibilità di inclusione, relazione, accessibilità che i libri possono offrire in relazione alle diverse abilità. Il convegno intitolato “Best4bes. L’editoria accessibile come strumento di apprendimento, inclusione e crescita sociale”, si avvarrà della presenza di Silvana Sola, presidente di IBBY Italia, che parlerà del panorama internazionale dell’editoria accessibile.

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E non è un caso che l’inclusione sia stato l’argomento principale del 34° convegno Ibby  che si è svolto il passato settembre a Città Del Messico, “Que todos signifique todos”,( che tutti significhi tutti,) dedicato alla lettura come inclusione fin dall’infanzia. L’IBBY ITALIA ha partecipato con una relazione attingente: Libri senza parole. Dal mondo a Lampedusa e ritorno. Si tratta del titolo di un progetto di cooperazione internazionale, nato per dotare l’isola di Lampedusa di una biblioteca per ragazzi, dedicata ai bambini e ai ragazzi che vivono sull’isola e ai giovani ospiti del Centro di Primo Soccorso e Accoglienza.

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Le due delegate italiane che sono intervenute sono Deborah Soria, della Libreria Itinerante Ottimomassimo, e Marcella Terrusi, assegnista di ricerca presso il Dipartimento Scienze della Qualità della Vita, Università di Bologna, ricercatrice e critica di letteratura infantile.

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  La biblioteca di Lampedusa è luogo fisico e interiore di incontro. Libri silenziosi, di un silenzio che include, per tornare al titolo del convegno, e che includendo cerca di offrire una possibilità di voce; libri che arrivano là dove spesso non arrivano le politiche. 
Deborah è stata l’ideatrice di questa iniziativa. La sua sessione in Città del Messico portava il titolo “Un tesoro per un’isola”. A lei ci siamo rivolte per parlare un po’ del progetto  e del suo intervento in Messico. E ci racconta di un altro silenzio, che esclude, quello del mondo governativo.
Da due anni a questa parte facciamo una battaglia per i diritti dei bambini di Lampedusa e per quelli di tutto il nostro paese per rendere l’accesso alla letteratura un accesso facile, gratuito e gentile. Nell’accorgersi di una mancanza così evidente (a Lampedusa la biblioteca non c’è dagli anni 70 ) qualunque governo avrebbe dovuto ( anche solo per vergogna dei media) saltare sulla sedia e rimediare….il nostro governo ci ignora, e noi continuiamo a chiedere, prendendoci anche la voce degli adulti di Lampedusa che non sanno quali diritti gli sono negati.

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Bisogna evitare che il silenzio politico e dei media si traduca in abbandono e assenza sul posto. Per questo è importante esserci, tornare sul territorio. Tutti sono invitati a dare un loro contributo all’iniziativa.
Torniamo dal 20 al 27 novembre con tutti i volontari che vorranno venire per una settimana di attività, di sensibilizzazione, di sottolineatura della mancanza dei diritti fondamentali per una vera libertà sull’isola di Lampedusa e in tutte le lampeduse d’Italia. 

Serve gente che ha voglia di leggere ad alta voce, partecipare ad attività ed eventi legati alla lettura, aiutare la logistica e l’organizzazione della settimana.

All’ultimo campo sono venute 40 persone ed è stato bellissimo per tutti.

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Accennando agli argomenti trattati al congresso Ibby in Messico, parla degli ostacoli al processo di inclusione alle  lettere ancora una volta come ostacoli alla relazione e alla presa di coscienza dei diritti umani. 

Durante la sessione ho parlato delle nostre difficoltà, dell’evidente tendenza dei governi ad ostacolare i processi di alfabetizzazione, quando questi risvegliano il senso critico e i diritti umani. Ho parlato del successo e della meraviglia delle persone che amano i libri quando sono messe in condizione di passare questo amore agli altri.

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 Tra le selezioni di Ibby c’è Outstanding Books for Young People with Disabilities. Una scelta di libri per bambini con bisogni speciali, dunque basati sul criterio dell’accessibilità e i libri che hanno per protagonisti o parlano di bambini e ragazzi con disabilità. Tra questi ultimi si è riconfermato “È non è” di Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer, un’approssimazione poetica vicina al tema dell’autismo. In ogni caso la costante è “la promozione a livello internazionale del  diritto dei più giovani ai buoni libri e alla lettura-creando ovunque per l’infanzia l’opportunità di accedere a libri di alto livello letterario e artistico e incoraggiando la pubblicazione e la distribuzione di libri di qualità per bambini,specialmente nei Paesi in via di sviluppo” (http://www.bibliotecasalaborsa.it/ragazzi/ibby/) .

Quindi qualità, un ampio concetto se si pensa che vengono messi a confronto libri da tante parti del mondo. Perché ce ne sia bisogno emerge già parlando dei parametri da prendere in considerazione nella valutazione

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Per parlare di qualità quando si parla di libri bisogna prendere in considerazione moltissimi aspetti, la qualità del messaggio, il suo valore etico morale, la sua sincerità intellettuale. Sono qualità sofisticate, che un professionista riconosce ed un bambino o un fruitore apprezza se vengono sottolineate e divise dai libri “commerciali”.
I libri commerciali sono una parte divisa dell’editoria, con finalità diverse dalla crescita.
I libri di qualità parlano ad un diverso aspetto del nostro pensiero e raccontano la vita e le sue difficoltà. Aiutano a crescere perché sostengono e danno forma e conforto alle nostre solitudini. Per questo motivo includono tutti, nel mestiere difficile di crescere e capire gli altri.
Guardare altrove è più facile, ma non più utile per vivere meglio.

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Il convegno Ibby dedicato all’inclusione si è celebrato sessant’anni dopo che la giornalista ebrea tedesca Jella Lepman dette vita alla conferenza “La comprensione  internazionale attraverso il libro infantile e giovanile”.  Proprio così nacque Ibby, International Board on Books for Young People. Dopo essere emigrata dalla Germania nazista all’Inghilterra, Jella Lepman fu richiamata in patria subito dopo la fine della guerra per coordinare un programma di assistenza alle donne e ai bambini tedeschi. Non senza angosce e esitazioni, accettò l’incarico. Nel deserto della Germania del primo dopoguerra la donna capì subito che quello di cui c’era urgenza per i bambini tedeschi non erano solo  cibo e  vestiti, ma alimenti emozionali, libri. Di libri non c’era più traccia. Solo restituendo ai piccoli la possibilità di accesso al pensiero attraverso i libri provenienti dal mondo libero si poteva sperare. I libri dovevano provenire da diversi  paesi e avrebbero così silenziosamente messo i contatto i bambini di tutto il mondo. L’impegno di Jella Lepman  per la diffusione della letteratura infantile, che considerava patrimonio dell’umanità, era la sua lotta per la comprensione e la pace tra i popoli che doveva e poteva partire solo da lì, dai bambini e dai libri. In questo modo i bambini avrebbero mostrato agli adulti la “via da percorrere per rimettere a posto questo mondo sottosopra”. La via da percorrere è lunga e, inevitabilmente, contraddittoria. Si tratta però anche di rompere con idee consolidate, parametri, ribaltare ciò che è stato deciso come assoluto, inviolabile e inevitabile. Perché se ci troviamo dentro un certo modo di vivere, di intendere nella nostra civiltà, è possibile pensarne anche altri. 
La lettura come inclusione significa anche questo. Cercare, in qualche forma, di preparare un po’ il terreno a chi ancora dentro gli ingranaggi di questo vivere non c’è del tutto.  Altrimenti non sarà possibile trasmettere l’idea di altre possibilità. Un compito che era stato auspicato per l’Europa, dopo le guerre, con l’unione, quell’ Europa da cui parlava Jella Lepman.  Niente come l’isola può rappresentare abbandono o inclusione, e Lampedusa, suo malgrado, ne è adesso il simbolo più lampante.

Chi è interessato  a partecipare al prossimo campo a Lampedusa può scrivere a: ibbyitalia@gmail.com

Nelle foto: il disegno realizzato a Lampedusa da una classe del liceo, la frase “Non è così facile” è stata  estrapolata da un vecchio libro. La bambina con il sole è di Franco Matticchio ed è sull’insegna della biblioteca a Lampedusa. Bambini in un asilo di Lampedusa.

Immagini dai libri editi da Kalandraka: “Lettere fra i lacci”, “Orecchie di farfalla”, “L’inizio”, “È non è”.

Su Jella Lepman, “La strada di Jella. Prima fermata, Monaco.” Sinnos, 2009

Crescere, con un sorriso. “28 storie per ridere” su Andersen.

Lo studioso Walter Fochesato parla delle  “28 storie per ridere”  di Ursula Wolfel e illustrate da Joao Vaz de Carvalho.  Lodando la capacità di questi racconti di far riflettere, senza morali e con felice ribaltamento dei ruoli, sull’importanza del crescere  e dell’essere sé stessi, rifiutando stereotipi  e convenzioni, ci offre ancora una volta una bella critica sulla rivista  Andersen di ottobre.

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Ursula Wölfel, piccola storia di una creatrice di storie- Parte Seconda

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I libri di Ursula Wölfel appartengono alla letteratura infantile e giovanile, ma non si limitano a rappresentare in modo semplice la realtà. Senza ricorrere a figure simbolico fantastiche come maghi, streghe, fate o eroi, invitano i lettori ogni volta a cercare nuove e personali immagini di questo mondo. Nei suoi testi poetici o nei suoi racconti di episodi bizzarri e curiosi , come le raccolte di storie, fa viaggiare la fantasia e gioca con l’assurdo. Narra la doppia faccia della realtà e temi che suscitano risa e sorrisi. Gioca con la varietà dei significati delle parole e delle immagini e ci invita ad avere “un secondo sguardo” su ciò che ci circonda, che potrebbe essere diverso da quello che già conosciamo. Con i suoi testi Ursula Wölfel desiderava aiutare il lettore a ottenere una maggiore conoscenza di se stesso e del mondo, per trovare la  propria voce, e sentirsi meglio nella vita.

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Ursula WölfelMolti bambini non posseggono un linguaggio per esprimere le loro domande, le loro sensazioni e i loro pensieri sui temi importanti della vita. E poiché a volte i genitori leggono libri ai figli, forse potrebbe essere l’occasione per far nascare momenti di conversazione. Il libro per l’infanzia non ha bisogno di offrire risposte assolute. Questo sarebbe in contraddizione con le situazioni individuali di ciascuno e contribuirebbe a creare altre idee preconfezionate. I bambini guardano al futuro, hanno bisogno di molta illusione.

Quando già nella realtà di ognuno di loro ci sono tante cose senza un finale felice, hanno bisogno di sentirsi rassicurati che in qualche momento questo sia accaduto. Tuttavia i bambini non devono attendere passivamente un destino meraviglioso. Nei testi realistici un finale aperto può significare per loro un finale felice, quando indica che ci sono possibilità di soluzione, che possono essere trovate dagli stessi bambini. In questo modo divengono lettori attivi, imparano a pensare e sperimentano in maniera spontanea e gentile il fatto che nella natura umana e nella realtà non ci sono processi rigidi e deterministici.

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 Il primo racconto dell’edizione di Kalandraka di”28 storie per ridere”, quasi un manifesto del libro “LA STORIA DEL BAMBINO CHE RIDEVA SEMPRE

Nei suoi libri, Ursula Wölfel si rivolge alla curiosità dei bambini e a quelli a cui piace fare domande, che desiderano sapere come si può vivere umanamente su questa terra, ai quali non piace accettare le cose così come sono, ma che al di là della constatazione disillusa della realtà, non vogliono perdere l’ottimismo di poter fare qualcosa.

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Le opere dell’autrice compaiono otto volte nella lista di elezione del Deutschen Jugendliteraturpreis  e tre volte nella lista d’onore del Premio Hans-Christian-Andersen

(http://www.ursula-wölfel.de/)

Nel 1969 apparve la prima edizione di “28 storie per ridere“.

Nel 2014 Kalandraka ha ridato voce alle 28  storie in un’edizione originale con le illustrazioni di De Carvalho. Ecco come ne ha parlato Carla Ghisalberti, in una recensione il cui titolo già coglie bene lo spirito di questa riproposta:

Chi ha il coraggio di ridere:

letturacandita.blogspot.it/2014/09/la-borsetta-della-sirena-libri

Un passaggio di un commento all’edizione tedesca, un’interpretazione  di quelle che in Germania sono storie che hanno fatto la storia della letteratura infantile:

“Racconti che hanno accompagnato generazioni e famiglie sia come letture ad alta voce che come primo approccio alla lettura individuale.(…) Storie che sono state lette dalle madri quando erano bambine, e che quindi rivelano di tanto in tanto un certo spirito del “68”, e questo è il bello, qui si rinforza l’idea che un certo disordine e anarchia fortifichino lo spirito dei bambini. Purché i genitori e i bambini si divertano!” (http://www.ursula-wölfel.de/)

C’era una volta un maiale che s’infuriava sempre quando la gente lo chiamava “Maiale”. Preferiva chiamarsi Rosa…” (continua..) da “LA STORIA DEL  MAIALE CHE VOLEVA CHIAMARSI ROSA” (28 storie per ridere, Kalandraka Edizioni, 2014)

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Ursula Wölfel, piccola storia di una creatrice di storie. Prima parte

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La scrittrice tedesca Ursula Wölfel è scomparsa il 23 luglio 2014 all’età di 92 anni. Attraverso la scrittura, sua passione sin da bambina, ha parlato all’infanzia di ieri e di oggi, con quell’universalità che contraddistingue le opere capaci di superare confini spazio temporali. Nata nel 1922 a Hamborn ha vissuto gli anni della Germania sotto la dittatura nazionalsocialista e del dopoguerra. In questo mondo le sue scelte sono state due indissolubili, la scrittura e l’infanzia. Le “28 storie per ridere” che Kalandraka ha ripresentato in una nuova versione con illustrazioni del portoghese Joao Vãz de Carvalho, sono un invito silenzioso a capovolgere il prestabilito, l’ordine e la visione degli avvenimenti, dunque dell’esistenza umana. Quella visione che il bambino è aperto ad accogliere se gli viene data la possibliità di liberarla, e che è, proprio in quanto interpretazione del reale, illusione e verità. Quindi possibilità, quindi alla fine fiducia. Le stesse verità della Storia, con i suoi drammi che hanno coinvolto i bambini, ma anche con le sue speranze. Una Storia le cui storie non bisogna nascondere ai giovanissimi. Piuttosto, offrire finali aperti, accompagnare il bambino a trovare la sua conclusione perché abbia un senso la narrazione partendo da quelle verità difficili. Così il giovane sarà più facilmente lettore attivo del libro e della vita. Delle numerosissime opere della scrittrice non sono molti i titoli tradotti nel nostro paese. Coerentemente con la scelta della pubblicazione di “28 storie per ridere” desideriamo offrire una visione di questa autrice al pubblico italiano, seguendo un po’ il percorso  bibliografico che ha preceduto i racconti. Con immagini e un racconto dal libro edito da Kalandraka, vi proponiamo in due parti  alcuni passaggi dal suo sito ufficiale tedesco.  Pezzi di interviste all’autrice si intervallano a  riflessioni del ricercartore e professore Malte Dahrendorf, studioso di pedagogia e letteratura infantile, che ha, tra le altre cose,  approfondito il tema della produzione letteraria per l’infanzia durante la seconda guerra mondiale e della rappresentazione di essa nella letteratura infantile e giovanile.  

Ursula Wölfel

Ursula Wölfel era nata il 16 settembre del 1922 ad Hamborn (città della regione della Ruhr), ultima di quattro fratelli. Il padre era direttore dell’orchestra della città di Hamborn, all’epoca importante nucleo dell’industria pesante e che fu poi assimilata a Duisburg. La madre, Luise, era maestra di scuola primaria e secondaria per bambine. Come si usava all’epoca smise di lavorare dopo il matrimonio. I genitori avevano un conservatorio di musica privato, che dovettero chiudere dopo la prima guerra mondiale.

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Ursula Wölfel: ero la più giovane di quattro fratelli, inoltre ero arrivata abbastanza tardi. Per questo motivo ho avuto tutti i vantaggi di un figlio unico, ero molto viziata. Allo stesso tempo avevo il vantaggio di avere fratelli stimolanti che, ad esempio, mi hanno insegnato a leggere molto presto perché non avevano voglia di leggere per me tutte le volte che piagnucolavo. Essendo molto più grandi di me, passavo abbastanza tempo da sola. I miei genitori non erano più tanto giovani, quando sono nata avevano quaranta anni. Mio padre era direttore d’orchestra e musicista, aveva pochissimo tempo libero e mia madre doveva aiutarlo molto. Per questo io trascorrevo quasi tutti i giorni nell’orto di famiglia, stavo sempre fuori e dovevo rientrare solamente all’imbrunire. Da bambina già scrivevo. A dieci anni con la classe mettemmo in scena la prima rappresentazione teatrale scritta da me. Questo ci veniva un po’ dalla mia famiglia, mia madre era una persona piena di fantasia, che sapeva narrare stupendamente e che capiva bene i giochi e tutto quello che era fuori dagli schemi prestabiliti. Lo scrivere per me ha molto a che fare col fatto che amo spiegare e trasformare in parole quello che vivo. È in assoluto un piacere che concedo a me stessa.

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Ursula Wölfel studiò germanistica, storia, filosofia e psicologia a Heidelberg. Nel 1943 sposò l’architetto Heinrich Wölfel, e un anno più tardi nacque la figlia Bettina. Il marito morì nel 1945 come prigioniero di guerra. Dopo la guerra lavorò come aiutante in una scuola. Studiò per diventare maestra di scuola primaria e lavorò come assistente presso l’Istituto Pedagogico Jegenheim in Bergstrase. Dal 1951 al 1954 studiò germanistica, storia dell’arte e pedagogia presso l’Università di Francoforte. Dal 1955 al 1958 tenne lezioni come insegnante di educazione speciale a Darmstadt e, nei primi anni 60, fu collaboratrice accademica del Prof. Dr Klaus Doderer nel periodo della costruzione dell’Istituto per la ricerca giovanile. Nel 1959 apparve il suo primo libro per l’infanzia Der rote Rächer und die glücklichen Kinder  e lo stesso anno il secondo “Fligender Stern” (“Augh, stella cadente”, in Italia edito nel 1993 da Piemme ndr) entrambi pubblicati da Hoch-Verlag

Ursula Wölfel: “In quel periodo lavoravo come insegnante di educazione speciale ma pensavo già a scrivere. Una mia amica libraia lo sapeva, e diceva che voleva mettermi alla prova. Conosceva un editore. Dovevo terminare il manoscritto in tempo per una fiera del libro che si sarebbe tenuta dopo sei settimane. Così inizia a scrivere sei settimane prima della fiera. Lavorai giorno e notte, con un coinvolgimento inverosimile. Non ho mai più scritto con così tanto entusiasmo. Durante le parti divertenti ridevo a voce alta, e mentre scrivevo quelle commoventi piangevo a calde lacrime. Ero totalmente immersa, altrimenti non avrei potuto farlo in così poco tempo. Il manoscritto era pronto e finito dopo sei settimane, perfettamente battuto a macchina anche se scritto male  da un punto di vista linguistico. Lo revisionai almeno cinque volte. Ma questo era solo l’inizio”.

 

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In seguito, ogni anno apparve un nuovo libro. Con la quarta opera  ottenne nel 1962 il primo riconoscimento importante, il  Deutschen Jugendbuchpreis (premio tedesco per la letteratura giovanile)

I suoi libri sono considerati innovativi sotto vari aspetti per la letteratura infantile. Nel racconto giovanile “Mond, mond, mond” (luna, luna, luna) , apparso nel 1962 Ursula Wölfel affrontò un tema che nel 1970, con “Die grauen und die grünen Felder ” (i grigi e i verdi campi), dette spontaneamente vita a un genere letterario. In “Mond, mond, mond” narra una storia d’amore poetica sullo sfondo della persecuzione di nomadi e dei gitani ai tempi del nazismo. In “Die grauen und die grünen Felder” si rappresenta, in quattordici racconti un mondo realista e conflittuale, un mondo che non è sempre buono ma vulnerabile.

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Ursula Wölfel: Nessun altro libro per l’infanzia è stato per me tanto importante sin dall’inizio come questo. Nel 1968 avevo scritto circa dieci libri per l’infanzia e testi di libri illustrati, oltre a un abecedario, innumerevoli testi per libri di lettura e più di cinquanta “raccolte” e “storie da ridere” di fantasia sfrenata. Ora desideravo raccontare anche vicende infantili vere e collezionai tra gli amici storie della loro infanzia, ricordi, che erano stati importanti per questi uomini e donne adulti. Mi aspettavo cose divertenti, anche  pensierose e interessanti sull’infanzia da quaranta fino a sessant’anni prima. Ci sarebbero state anche retrospettive idealizzate con nostalgia, pensavo. Ma giunse l’inaspettato: quello che mi raccontarono, sopratutto a voce, a volte anche per scritto, furono, senza eccezione, le esperienze vitali più profonde. (…) A questo proposito ricevetti anche una cronaca commovente di un’amica che lavorò in Africa (e più tardi in Sud America), e informazioni da Friedensdorf di Oberhausen (iniziativa internazionale che aiuta i bambini malati in zone di guerra e regioni svantaggiate n.d.r) su bambini che erano stati gravemente feriti durante la guerra in Vietnam.

Dovevo raccontare questo a tutti i bambini? Certo. Perché tutte queste cose brutte erano accadute a bambini. I miei testi trovarono il loro modo di farlo: l’informazione laconica, mantenendo la distanza, senza permettermi sentimenti. Dove c’era bisogno di offrire conforto, lo prometteva il finale aperto dei racconti brevi. Non si nascondeva quello che era accaduto, e allo stesso tempo si apriva uno spiraglio per altre possibilità, più gioiose

Il libro “Die grauen und die gruenen Fielder” è considerato uno dei libri più importanti della letteratura infantile del dopoguerra.

Come dichiara il Prof. Malte Dahrendorf: “si trattava di un piccolo opuscolo con 14 storie su un mondo disgraziato, una procellosa apertura della letteratura infantile alla critica sociale, relativa ai problemi e alle rappresentazioni di conflitti; quasi tutti i tabù della letteratura infantile esistenti fino a quel momento trovarono qui  un punto di rottura. Allo stesso tempo il libro dette il via alla letteratura infantile e giovanile orientata su temi legati all’emancipazione degli anni 70: pregiudizi e minoranze, razzismo, nuove forme di convivenza e di famiglia, problemi sociali. L’autrice ebbe il coraggio di introdurre la sincerità esterna e interna dei racconti brevi nella letteratura infantile.”  (fine prima parte) 

http://www.ursula-wölfel.de/

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Traduzione dal tedesco di Anna Porta Serra e redazione Kalandraka