Giornata del Libro e del Diritto d’autore, tre domande a Chiara Carrer

L’illustratrice veneziana Chiara Carrer ha alle spalle più di cento libri pubblicati da i principali editori di settore italiani ed esteri. Per Kalandraka ha illustrato “È non è”, testo di Marco Berrettoni Carrara. Accanto alla libera professione di illustratrice unisce da anni anche l’insegnamento presso l’ISIA di Urbino e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Un’esperienza che lei definisce la naturale continuazione della sua personale ricerca. A Bologna Children’s Book Fair le abbiamo proposto tre spunti di riflessione alla luce dell’epoca attuale-  dal ruolo del Maestro d’illustrazione al significato del diritto d’autore, che scegliamo di pubblicare oggi in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore patrocinata dall’Unesco. Chiara_48

 

Della tua lunga  esperienza di illustratrice e ricercatrice del settore fa parte anche l’insegnamento.  Qual è secondo te il ruolo del Maestro dell’illustrazione?

Tenendo conto che tutti gli illustratori affiancano al loro mestiere quello di docenze, workshops, incontri, la docenza è una parte fondamentale del mio percorso e sebbene io non abbia avuto un’educazione pedagogica istituzionale, probabilmente è una parte naturale che completa la mia ricerca.
Il docente ha il compito di cercare il più possibile di tirar fuori da ogni singolo individuo quello che ha da dire e di tentare allo stesso tempo il modo pertinente alla stessa persona con cui dirlo.
Si tratta di un compito non facile. C’è molta insicurezza nei giovani che incontro, poca coscienza di sé che spesso si manifesta in egocentrismo. Il docente deve far capire loro che non sono delle persone arrivate rispetto al mestiere che non hanno ancora uno stile, che non possono avere già un’identità completamente formata rispetto ad esso.
L’identità che si affianca all’arte e quindi all’artista si sviluppa se si capisce che esistono delle regole e che non puoi parlare di te ma attraverso di te. Un comportamento in cui c’è difficoltà a darsi, a rischiare, non c’è generosità, probabilmente dipende da un senso di smarrimento rispetto alla società che ci attende, e facilmente si trasforma in aggressività. Questo si percepisce in modo forte e inevitabilmente il docente vien investito di ruoli non suoi, psicologo e/o genitore.
L’esperienza dell’insegnamento è un’esperienza di annullamento rispetto all’identità della propria professione, in quanto docente offri le tue competenze i tuoi consigli, ma con una veduta mentale aperta, non puoi vedere con gli occhi con cui vedi la tua opera.
Tu sei davanti a tante personalità e devi entrare nella testa di ciascuno in maniera diversa.
Questa identità personale deve però poi confluire nel concetto di mestiere, di professione, in una mediazione tra il proprio desiderio di comunicare se stessi e quello che è il linguaggio che invece diventa condiviso con gli altri, col lettore che si deve identificare.
Ci deve essere una tale apertura per cui anche gli altri possano identificarsi.

Nella scuola cerchi la tua identità, ricerca che magari richiederà tantissimo tempo, ma è anche il luogo dove hai tempo di sperimentare.
Io non ho seguito un corso specifico d’illustrazione, non erano così frequenti come ora, ma ho studiato pittura e incisione all’Accademia. Per chi segue all’Università Illustrazione, potrebbe avere un processo molto più veloce. L’importante è capire che la ricerca necessita di tempo, di studio e fatica.  Non sempre il modo di esprimere quello che sentiamo è quello che credevamo.

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L’illustrazione ha radici lontane nella storia dell’arte. Qual è nella tua opinione l’evoluzione di questa forma espressiva e quale la sua identità contemporanea?

Io posso solo suggerire il mio punto di vista di chi l’illustrazione la fa.
Per la mia modesta esperienza posso dire che l’illustrazione è un vero e proprio linguaggio, penso appartenga di diritto all’arte visiva, utilizza lo stesso vocabolario e gli stessi strumenti. Non a caso la maggioranza degli illustratori ha una formazione principalmente artistica. Sanno bene che se vogliono arricchirsi, hanno bisogno di una serie di strumenti, basi culturali colte, conoscere la storia dell’arte e la letteratura.
Credo che l’illustrazione sia una forma espressiva costantemente legata alla forma narrativa, alla letteratura.  Anche i silent book devono avere una struttura narrativa per catturare lo sguardo. Ci sono anche libri in cui la parte visiva sviluppa una metodologia di narrazione diversa da quella sequenziale, immagini che stimolano la riflessione e l’attività, sollecitano l’osservazione e l’attenzione sull’ ambiguità della forma, come il classico “È questo o quello? ”della Agostinelli.
Spesso a parole si riconosce all’immagine un ruolo importante nella cultura, ma nella realtà dei fatti ancora si fatica a dare piena autonomia all’immagine e all’apporto culturale a lei proprio.
C’è una sorta di competizione tra scrittura e immagine e non di complementarietà di cui si parla tanto. Esse sono due forme complementari quando negli eventi pubblici o in seno alle catalogazioni in Biblioteche o librerie, i nomi degli autori sono entrambi rintracciabili.
Spesso in un festival di letteratura lo scrittore viene invitato a parlare e l’illustratore a fare un laboratorio, credo che questo comportamento rifletta una mentalità chiusa dentro schemi a mio avviso logori, luoghi comuni, definizioni di ruoli, etichette che io personalmente non condivido.

Nell’ambito lavorativo ci sono illustratori più esecutivi e altri più autoriali, ci sono tante sfaccettature del fare illustrazione, però non si può più definire l’illustrazione come dare lustro al testo, lo dimostrano tantissime belle edizioni e collane.  Sono  i comportamenti che non danno meritato riconoscimento a questa nuova e fertile proposta visiva.

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Si può parlare di una rieducazione al vedere, alla libertà del vedere…

Chi guarda e chi vive principalmente secondo il senso del vedere, ha un cervello che si forma secondo questa sensibilità che non deve essere per forza affiancata ad altri linguaggi per essere capita.
La sensibilità della vista esiste autonomamente. L’illustrazione ha una ricchezza culturale enorme.
A volte mi domando cosa insegno nel biennio dell’ Isia di Urbino. Prediligo insegnare il metodo, la riflessione e la progettazione, rispetto alle tecniche e introdurre gli strumenti del fare, perchè sebbene questi siano molto importanti, credo che prima di tutto si debbano rompere una serie di preconcetti.
La prima cosa che faccio è stimolare gli studenti ad imparare a vedere, e come si fa ad imparare a vedere? Attraverso l’esperienza diretta del disegno dal vero, l’osservazione analitica e la ricerca, credo che in questo modo si possa restituire, nella costruzione di un’immagine, il giusto ritmo.
Le immagini hanno una loro dimensione, una forma narrativa propria in cui non è indispensabile la sequenza narrativa.
La scrittura ha una logica di svolgimento, un prima e un dopo, un inizio, uno sviluppo e una fine, l’immagine può essere ora in questo momento e tutto finisce lì, ma in quell’istante contemplativo, tutto si ferma e modifica il tuo vedere successivo. La stessa cosa la vedrai con occhi diversi e da quel momento tutto avrà un sapore diverso, esattamente come una stessa lettura cambia nell’arco di una vita.
Decidi tu il modo per entrare nella narrazione, puoi decidere di visualizzare anche solo un frammento della vita, ma il come lo renderà unico.

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Che significato assume secondo te il diritto d’autore alla luce della realtà attuale?

In un’epoca in cui tutto e fruibile da tutti, in cui tutto è copia di tutto, è difficile salvaguardare il diritto d’autore, ma credo che ci siano buone ragioni per difenderlo: prima di tutto per una questione di onestà e rispetto reciproco.
Un autore non dovrebbe rubare nulla da un altro autore, ma se si ispira al lavoro di qualcun altro sarebbe bene trovasse una forma interpretativa diversa e ne riconoscesse la fonte.
Bisogna riconoscere il lavoro di ciascuno, capire l’importanza della cooperazione, della condivisione, condizione che secondo me nasce solo se esiste un rispetto reciproco profondo.
Riconoscimento del valore e del lavoro, vuol dire giusti contratti, restituzione dell’opera in cui ci siano degli originali, diritti d’autore per ogni utilizzo dell’opera diverso da quello concordato nel contratto, i nomi dello scrittore e dell’illustratore in copertina uno accanto all’altro e stessa importanza nella catalogazione dei libri.
Questi criteri potrebbero restituire a ciascuno il proprio merito, non c’è un mestiere che vale più di un altro, tutti sono indispensabili solo ne riconoscessimo l’importanza.
Ogni gesto di riconoscimento per ogni parte coinvolta nel processo di realizzazione, equivale a una legittimità di ogni competenza senza diseguaglianze. Non credo sia così, anche in ambito culturale esistono sistemi di sopravvivenza inaccettabili, copie, furti, appropriazioni illegittime, competizioni, oltre al diritto d’autore che dovrebbe attenersi al codice di comportamento deontologico della professione, ci dovrebbe essere un comportamento etico.

e-non-e-It-15È non èhttp://www.kalandraka.com/fileadmin/images/books/dossiers/e-non-e-IT_01.pdf

http://www.chiaracarrer.com/bio.aspx

 

 

 

 

 

 

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