Il questionario di Kalandraka. Parla Arianna Papini

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” La formazione di architetto mi ha dato un metodo progettuale che mi ha cambiata nel profondo, sistematicamente ciò che mi arriva istintivamente lo inserisco in un progetto che ha un iter serio, anche se ludico. La formazione di arte terapeuta mi ha donato la gioia di stare nel presente, di godere del processo creativo più che del risultato finale…”

In occasione di Bologna Children’s Book Fair abbiamo rivolto il nostro questionario  di approfondimento dedicato agli illustratori ad alcuni autori che hanno firmato i libri al nostro stand. Iniziamo da  Arianna Papini, autrice per KlK di “Chi vorresti essere?” e “È una parola”.  Dalla formazione tecnica come architetto, alla scelta della scrittura e dell’illustrazione, che ha dato vita a più di 70 titoli scritti e disegnati da lei,  fino alla lunga esperienza di arteterapeuta, la strada che l’autrice fiorentina continua a percorrere è un costante cammino umano di ricerca e condivisione.

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Ho sempre avuto colori intorno a me… ma sono certa che la mia maestra delle elementari, la Lory, per un compleanno mi ha regalato una bellissima scatola di pastelli colorati.

È arrivato prima il disegno o il colore?

Credo che siano arrivati insieme. Ricordo che da piccolissima disegnavo accuratamente le forme dei miei animali (quelli sì, sono arrivati per primi!) e poi li coloravo. In quello ero già un po’ particolare, nel senso che non mi curavo che il gatto dovesse essere marrone o grigio, i miei gatti erano viola e verdi, avevano le trecce e sorridevano: sono molto grata a educatori e insegnanti che ho incontrato e che non mi hanno mai detto come dovevano essere i miei disegni! Disegnavo molti alberi che sembravano coralli, e anche quelli avevano colori strani. Ricordo bene che disegnare era già la mia passione: a differenza di tutti gli altri bambini speravo sempre che piovesse affinché nessuno decidesse di portarmi fuori… così potevo disegnare tutto il pomeriggio!

Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Sognavo sempre un orso grande che aveva però sembianze umane e mi spaventava. Quando mi svegliavo guardavo i miei animali, la gatta sul mio letto, la barbona nera Camilla e la loro presenza mi rassicurava.

Che storie preferivi da bambina?

Avevo alcuni titoli che amavo molto, “Il giornalino di Gianburrasca”, “Bibi una bambina del nord”, “Piovuta dal cielo” e “Il giorno in cui il porcellino d’india parlò”. Quest’ultimo era il mio preferito, provavo tutti i giorni a far parlare i miei animali sillabando loro parole semplici. La mia mamma mi leggeva un libro che mi piaceva molto, la storia di un signore con il suo pappagallo, e “Biancaneve”. Erano due albi illustrati incantevoli… avevano immagini diversissime tra loro, la storia del pappagallo era illustrata concolori chiari ad acquerello, ed erano brillanti e un po’ ironiche. Biancaneve invece aveva immagini pittoriche e scurissime… i particolari erano ottenuti dalle luci che facevano emergere gli oggetti da uno sfondo misterioso, non mi stancavo di guardarli.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Quando parlo immagino immagini. Credo di averlo sempre fatto. È automatico, anche quando mi parlano gli altri io vedo cose, me le immagino come quadri o illustrazioni. Non ho memoria che sia esistito nella mia vita un periodo in cui questo non accadeva.

In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando, un pò per caso e ancora ragazzina, ho partecipato a un concorso d’illustrazione e l’ho vinto. Il premio era l’illustrazione di un libro. Lì ho capito cosa avrei voluto fare, anche se non ero affatto sicura di riuscirci.

Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Entrambe le cose. L’arte è dentro di me, nel mio DNA, per merito anche dei miei nonni materni che mi hanno portata, fin da piccolissima, ai musei e nelle chiese. Giotto, Botticelli, Filippo Lippi, Michelangelo, Fra Angelico, Masaccio, Paolo Uccello mi lasciavano senza fiato. Collezionavo cartoline d’arte da piccola, le catalogavo e mi nutrivo, ero felice. Ho però sempre studiato tanto. Credo molto nella formazione, soprattutto per i mestieri che non sono riconosciuti dagli altri. La formazione ci rende consapevoli e sicuri di ciò che siamo, è allora che il giudizio altrui diventa una cosa secondaria. La formazione di architetto mi ha dato un metodo progettuale che mi ha cambiata nel profondo, sistematicamente ciò che mi arriva istintivamente lo inserisco in un progetto che ha un iter serio, anche se ludico. La formazione di arte terapeuta mi ha donato la gioia di stare nel presente, di godere del processo creativo più che del risultato finale e i miei pazienti mi portano le loro storie, così difficili, che sono trasformate nel setting attraverso l’arte, ancora. Continuamente mi formo sulle tecniche artistiche, ho sete e curiosità di conoscenza, non smetterò mai di studiare, ne ho bisogno per insegnare ai miei studenti e per la mia vita.

Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la filosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Come dicevo prima i miei maestri sono stati i pittori del Rinascimento perché la mia città è Firenze e non potrò mai prescindere da questo. Poi però sono andata altrove e ho amato Picasso, Klimt, le avanguardie, in particolare quella russa, il Bauhaus… La condivisione tra le diverse arti in primis, la generosità delle scuole, che cerco di comunicare ai ragazzi ai quali ho la fortuna di insegnare. In qualche modo anche loro, i miei studenti, sono i miei maestri.

Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Sempre la vita, in tutte le sue accezioni. Ho bisogno di approfondire e di capire i perché delle cose e l’arte e la scrittura mi permettono di farlo, in modo semplice e diretto. Tutto ciò che tratto nei quadri, nelle illustrazioni e anche nei miei scritti riguarda questo luogo e questo tempo, così densi e pieni di cose importanti…

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

In questo posso proprio dire di essere compulsiva… i materiali sono la mia ricchezza, quando ne scopro uno nuovo devo imparare a usarlo, faccio continuamente corsi di tecnica, ultimamente ho imparato a rilegare i libri, ho fatto corsi di tecniche calcografiche, linoleum, monotipia, acquarello, di cucito. Qualche anno fa odiavo ritagliare, oggi il collage è la tecnica che forse preferisco, e chissà cosa userò domani. Per un lungo periodo ho usato solo pastello, poi solo acrilico… Senza dubbio non ho ancora incontrato una tecnica che non mi affascini profondamente.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Passione. Competenza. Istinto.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Sono molto fortunata. I miei editori mi dicono ciò che vorrei sentirmi dire e non riesco ad immaginare altro. In realtà, essendo fondamentalmente anche autrice, spesso sono io che presento i miei progetti agli editori, mi piace andare da un solo editore e poi, solo se il progetto non è accettato, andare da altri. Il rapporto con gli editori è un elemento preziosissimo del nostro lavoro, è il riscontro di ciò che creiamo, è un’emozione grande anche quando, come nel mio caso, si hanno tante pubblicazioni alle spalle. In arte nessuno arriva, l’arte è un percorso e siamo sempre in cammino…

RECENSIONI_CDPISTOIA_01022013

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