Archivi del mese: aprile 2014

Intervista agli illustratori, Giulia Frances risponde

Un lavoro per me comincia sempre con quello che chiamo l’aggancio emotivo. L’aggancio emotivo è ciò che riconosciamo dentro di noi ma che non sappiamo necessariamente definire. 

La prima volta che ho letto il testo L’ombrello giallo, subito dopo l’aggancio emotivo ho pensato: “Tempi Moderni” e “Bauhaus”.”

Prosegue l’appuntamento con il nostro questionario dedicato agli illustratori.  Quest’anno abbiamo rivolto le nostre dodici domande a alcuni artisti che erano al nostro stand al Bologna Children’s Book Fari. Oggi incontro con Giulia Frances Campolmi che ha illustrato “L’ombrello giallo”.

 

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Pastelli, pennarelli cere colorate e tempere sono stati a mia disposizione fin da quando ero piccolissima.
Però ricordo perfettamente quando mio zio mi ha regalato una confezione di 30 matite colorate della Giotto, avevo 6 anni e mi sembrava un regalo “da grandi” ne ero proprio orgogliosa;
mi dispiaceva appuntare le matite perché diventavano sempre più piccole e morivano. Ovviamente i colori che mi piacevano e quindi utilizzavo di più morivano prima e la faccenda mi mortificava. In occasione di quel regalo mio babbo mi ha costruito un astuccio di legno che continuo ad usare e confesso che provo ancora oggi un certo disagio quando appunto le matite, sopratutto quelle che mi piacciono di più.

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E’ arrivato prima il disegno o il colore?

Onestamente non lo so, anche adesso tendo a non fare molta distinzione, forse il disegno è descrizione e il colore è sensazione, ma mi servono tutti e due per creare
un’ immagine, un’ impressione.

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Un sogno ricorrente della tua infanzia.

In questo momento mi viene in mente solo un incubo ricorrente: una donna buona veniva a trovarci a casa, quando si girava di spalle aveva un viso da strega cattiva al posto della nuca; io ero la sola ad accorgermene e tutte le volte rimanevo paralizzata dallo shock e dalla paura.

Che storie preferivi da bambina?

Mi piacevano le storie, se trovavo qualcuno che sapeva inventarsele tanto meglio. Mia nonna mi raccontava sempre ‘Prezzemolina’ prima di addormentarsi dopo pranzo, era un vero e proprio rito.

Mio babbo mi leggeva le fiabe dei Grimm originali; mi esaltavano perché erano le storie “vere”, raccontavano come erano andate davvero le cose, paragonavo tutti i dettagli con le altre versioni che conoscevo quelle della Disney per esempio e mi sembrava di essere a conoscenza di importantissimi segreti.

Con mia mamma, lei è di Sydney, leggevamo molti libri australiani – i miei preferiti ‘Snugglepot and Cuddlepie’ di May Gibbs e ‘Dot and the Kangaroo’- ma anche di tradizione inglese come le Nursery Ryhmes, ‘Winnie the Pooh’, ‘Peter Rabbit’, Peter Pan… poi avevo ‘Il libro delle parole’ uno in inglese e uno identico in italiano di Richard Scarry.
Ho letto moltissimo da sola, Roald Dahl era certamente primo in classifica; all’esame di quinta elementare ho portato ‘Matilde’ di Dahl appunto, e ‘Momo’ di Michael Ende forse perché le protagoniste erano bambine.

A scuola tantissimo Rodari, nella la mia classe ci eravamo fissati con ‘Il Libro degli Errori’ e volevamo ascoltare le storie a ripetizione; mi ricordo anche che abbiamo letto tutti insieme Gianburrasca e abbiamo amato il magnifico libro (senza parole!!) The Snowman di Raymond Briggs. Il mercoledì avevamo 2 ore di ‘biblioteca’ che passavamo a scegliere i libri da prendere in prestito e a scrivere su delle schede cosa pensavamo del libro appena letto; c’era uno schedario che raccoglieva tutte queste opinioni così altri compagni potevano farsi un’idea. Quanto vorrei leggere i commenti adesso! Tra questi libri tanti della Bohem Press poi Leo Lionni, Tomi Ungerer e L’Albero di Shel Silverstein che ho sfogliato di recente e mi ha commosso ricordarmelo così bene.
Provavo un’antipatia viscerale per Pinocchio e un altro personaggio inglese che si chiama Noddy.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

No, non ricordo, ma questo disegno l’ho fatto tra i 2 e 3 anni; mi avevano portato a vedere uno spettacolo di Biancaneve e i sette nani. Mia mamma scriveva sempre ‘cosa era cosa’ sui disegni. Credo che il desiderio di accompagnare una storia con le immagini sia una urgenza primordiale.

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In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

A dire il vero il mio percorso artistico professionale nasce in teatro, ma già ai tempi dei colloqui al St Martins College of Art avevo segnalato il corso di illustrazione come alternativa nel caso non mi avessero accettato nel corso di Design per il teatro; quindi anche se non era un’intenzione maturata, già sentivo l’illustrazione come una possibile strada.
Dopo anni di teatro, nel 2010 grazie al Master Ars in Fabula ho cominciato a scoprire un mestiere che amo sempre di più.

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Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Intuitivo senza dubbio. Ho scelto di pancia di entrare nel mondo del teatro e sempre con la pancia ho scelto di emigrare nell’ illustrazione.
In fondo non sono mestieri così diversi: si raccontano storie, si affronta un testo, si creano personaggi, si caratterizzano e si vestono; si creano spazi e ambienti in cui questi personaggi si muovono poi si danno le luci. Anche nell’ illustrazione c’è musica, rumore o silenzio.
Il ritmo, come passare da una scena all’altra o da una pagina all’altra e le preziosissime pause sono essenziali sul palco come in un albo.
L’albo illustrato soprattutto se viene letto ad un bambino è una performance, è un’esperienza ‘live’ e sensoriale.

La differenza più sostanziale, almeno per me, è che il lavoro in teatro è per sua natura collettivo mentre il lavoro dell’illustratore è molto più solitario. Inoltre non si deve costantemente rientrare in un budget, si può disegnare un castello pericolante e sfarzoso senza problemi di costi, non deve stare in piedi ed essere smontabile in 5 minuti, e non ci si deve preoccupare di questioni importanti di sicurezza.

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Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la filosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Questa è una domanda difficilissima, parliamo di un universo pieno di persone importanti nella mia vita e altre che ho amato per le idee, l’arte e le parole. Faccio brevemente una carrellata di punti di riferimento senza pensarci troppo:

Mondo teatrale: Kantor, Pina Bausch i Derevo mentre di quelli con cui ho lavorato Romeo Castellucci Societas Raffaello Sanzio e la compagnia Shunt.
I mondi di Almodovar e Fellini, Federico Garcia Lorca, Tolstoy, Cocteau, Beckett e Ionesco . Sartre, Simone De Beauvoir, Susan Sontag. Altre donne: Elsa Schiaparelli, Frida Kahlo, Louise Bourgeois, Eva Hesse, Rebecca Horn, Sandy Skoglund Gabriela Fridriksdottir Pittura : da Giotto a VerMeer a Yves Klein (con tutti quelli nel mezzo), la pittura aborigena, le stampe giapponesi….
Negli ultimi mesi ho letto Jung, Richard Yates, Rainer Maria Rilke, l’autobiografia di Gandhi, tutto Jane Austen, una raccolta di racconti persiani…
Nel cassetto del comodino tengo il Tao Te Ching perché anche se non mi considero particolarmente ‘spirituale’ mi aiuta a mettere le cose in prospettiva.
Sulla musica non ci provo nemmeno, ascolto e mi piacciono troppe cose diverse.  Devo moltissimo sul piano personale e artistico a tutti gli illustratori che ho conosciuto sul Master Ars in Fabula; per coerenza non posso non nominare Pablo Auladell perché chi mi conosce sa che lo tiro in ballo spesso, per la sua sensibilità artistica, la capacità di ascolto, per le tante cose che ci ha trasmesso e su cui ancora rifletto; la più importante forse “ad un certo punto bisogna diventare maestri di se stessi e confrontare il nostro lavoro proprio con il nostro lavoro” e poi Pablo usa spesso la parola fantasmagorico che di per se è una parola magica.
I miei compagni di corso e altri illustratori conosciuti più recentemente sono dei maestri dai quali ho imparato e continuo ad imparare altrettanto. E’ molto importante in questo mestiere avere una cerchia di sicurezza di persone, di artisti, con cui condividere le gioie e i dolori, i dubbi e le incertezze. Sono legami molto forti.  Altri illustratori che osservo con attenzione per svariati motivi sono Shaun Tan, Camilla Engman e Violeta Lopiz.

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Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Un lavoro per me comincia sempre con quello che chiamo l’aggancio emotivo. L’aggancio emotivo è ciò riconosciamo dentro di noi ma che non sappiamo necessariamente definire. E’ il filo conduttore che fa rizzare le antenne quando ci apriamo per trovare ispirazione all’esterno nella ricerca di immagini, luoghi, colori e idee, ci aiuta a mettere in relazione le cose, a scegliere e ad eliminare quello che non è necessario.

La prima volta che ho letto il testo L’ombrello giallo, subito dopo l’aggancio emotivo ho pensato: “Tempi Moderni” e “Bauhaus”. La conseguenza è stata immaginarsi il libro in bianco e nero (poi gradazione di grigi) che sfocia nel colore e questa è diventata la narrazione emotiva della storia.
La narrazione visiva invece è diventata cinematografica; qualcuno ha pensato che derivasse dal mio background di scenografa, ma la verità è che stava tutto nel testo di Joel Franz Rosell, in quel realismo con sottilissima vena surreale.

Poi ci sono tante cose che ti sostengono durante il lavoro nello studio; tutto l’inizio de L’ombrello giallo ha avuto come colonna sonora ‘New Life’ dei Depeche Mode, ma già nella scena della vetrina siamo con ‘Broken Drum’ di Beck. Questi non sono i miei pezzi preferiti ma li ho ascoltati ossessivamente perché una volta scattato l’aggancio emotivo, il richiamo di quella musica serviva a rimanere in sintonia con l’atmosfera che intendevo creare in quel momento del libro.

Mentre per il progetto a cui sto lavorando adesso mi interessa molto il lavoro di Wolf Erlbruch per la freschezza e la sintesi e siccome per la prima volta sto scrivendo la storia, leggo Neil Gaiman, so che nei suoi libri c’è qualcosa di cui ho bisogno, ma ancora non l’ ho identificata. Per vie traverse in questo progetto c’entra molto Jackson Pollock e la voce (non la musica) di Johnny Cash, e sto ascoltando quasi esclusivamente Otis Redding.

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività’?

Per me anche la tecnica che si sceglie di usare per un libro dipende dalla natura del testo, dall’ aggancio emotivo e della ricerca svolta; l’illustratore stabilisce dei parametri all’interno dei quali muoversi per dare una coerenza estetica al lavoro.

In altri momenti ci sono le sessioni anarchiche dove si prova a fare solo per il gusto di vedere cosa succede, mescolando materie diverse, e non sempre le cose funzionano, ma è proprio attraverso questo principio di incertezza che nascono le cose più interessanti, le piccole grandi scoperte. Sono importanti le ore di gioco nello studio, arricchiscono il vocabolario visivo oltre ad essere semplicemente divertenti e a stimolare la curiosità e la vivacità.
La tecnica è un linguaggio e può diventare sterile oppure ridondante. Io ho avuto una fase dopo l’ombrello giallo in cui i lavori risultavano essere davvero troppo carichi, ora grazie al gioco si stanno alleggerendo. Uso spesso l’acquerello a volte mescolato all’acrilico, tocchi di tempera, carboncino, inchiostri e pastelli, recentemente lavoro anche con una specie di collage.
Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Curiosità, generosità, imparare le regole per poterle infrangere meglio.
Non annoiarsi. Essere presenti, amare profondamente e difendere la propria creatività e quello spazio fisico e temporale nello studio.
Suppongo che serva anche un bel po’ di coraggio.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

-Sorprendimi!

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Giornata del Libro e del Diritto d’autore, tre domande a Chiara Carrer

L’illustratrice veneziana Chiara Carrer ha alle spalle più di cento libri pubblicati da i principali editori di settore italiani ed esteri. Per Kalandraka ha illustrato “È non è”, testo di Marco Berrettoni Carrara. Accanto alla libera professione di illustratrice unisce da anni anche l’insegnamento presso l’ISIA di Urbino e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Un’esperienza che lei definisce la naturale continuazione della sua personale ricerca. A Bologna Children’s Book Fair le abbiamo proposto tre spunti di riflessione alla luce dell’epoca attuale-  dal ruolo del Maestro d’illustrazione al significato del diritto d’autore, che scegliamo di pubblicare oggi in occasione della Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore patrocinata dall’Unesco. Chiara_48

 

Della tua lunga  esperienza di illustratrice e ricercatrice del settore fa parte anche l’insegnamento.  Qual è secondo te il ruolo del Maestro dell’illustrazione?

Tenendo conto che tutti gli illustratori affiancano al loro mestiere quello di docenze, workshops, incontri, la docenza è una parte fondamentale del mio percorso e sebbene io non abbia avuto un’educazione pedagogica istituzionale, probabilmente è una parte naturale che completa la mia ricerca.
Il docente ha il compito di cercare il più possibile di tirar fuori da ogni singolo individuo quello che ha da dire e di tentare allo stesso tempo il modo pertinente alla stessa persona con cui dirlo.
Si tratta di un compito non facile. C’è molta insicurezza nei giovani che incontro, poca coscienza di sé che spesso si manifesta in egocentrismo. Il docente deve far capire loro che non sono delle persone arrivate rispetto al mestiere che non hanno ancora uno stile, che non possono avere già un’identità completamente formata rispetto ad esso.
L’identità che si affianca all’arte e quindi all’artista si sviluppa se si capisce che esistono delle regole e che non puoi parlare di te ma attraverso di te. Un comportamento in cui c’è difficoltà a darsi, a rischiare, non c’è generosità, probabilmente dipende da un senso di smarrimento rispetto alla società che ci attende, e facilmente si trasforma in aggressività. Questo si percepisce in modo forte e inevitabilmente il docente vien investito di ruoli non suoi, psicologo e/o genitore.
L’esperienza dell’insegnamento è un’esperienza di annullamento rispetto all’identità della propria professione, in quanto docente offri le tue competenze i tuoi consigli, ma con una veduta mentale aperta, non puoi vedere con gli occhi con cui vedi la tua opera.
Tu sei davanti a tante personalità e devi entrare nella testa di ciascuno in maniera diversa.
Questa identità personale deve però poi confluire nel concetto di mestiere, di professione, in una mediazione tra il proprio desiderio di comunicare se stessi e quello che è il linguaggio che invece diventa condiviso con gli altri, col lettore che si deve identificare.
Ci deve essere una tale apertura per cui anche gli altri possano identificarsi.

Nella scuola cerchi la tua identità, ricerca che magari richiederà tantissimo tempo, ma è anche il luogo dove hai tempo di sperimentare.
Io non ho seguito un corso specifico d’illustrazione, non erano così frequenti come ora, ma ho studiato pittura e incisione all’Accademia. Per chi segue all’Università Illustrazione, potrebbe avere un processo molto più veloce. L’importante è capire che la ricerca necessita di tempo, di studio e fatica.  Non sempre il modo di esprimere quello che sentiamo è quello che credevamo.

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L’illustrazione ha radici lontane nella storia dell’arte. Qual è nella tua opinione l’evoluzione di questa forma espressiva e quale la sua identità contemporanea?

Io posso solo suggerire il mio punto di vista di chi l’illustrazione la fa.
Per la mia modesta esperienza posso dire che l’illustrazione è un vero e proprio linguaggio, penso appartenga di diritto all’arte visiva, utilizza lo stesso vocabolario e gli stessi strumenti. Non a caso la maggioranza degli illustratori ha una formazione principalmente artistica. Sanno bene che se vogliono arricchirsi, hanno bisogno di una serie di strumenti, basi culturali colte, conoscere la storia dell’arte e la letteratura.
Credo che l’illustrazione sia una forma espressiva costantemente legata alla forma narrativa, alla letteratura.  Anche i silent book devono avere una struttura narrativa per catturare lo sguardo. Ci sono anche libri in cui la parte visiva sviluppa una metodologia di narrazione diversa da quella sequenziale, immagini che stimolano la riflessione e l’attività, sollecitano l’osservazione e l’attenzione sull’ ambiguità della forma, come il classico “È questo o quello? ”della Agostinelli.
Spesso a parole si riconosce all’immagine un ruolo importante nella cultura, ma nella realtà dei fatti ancora si fatica a dare piena autonomia all’immagine e all’apporto culturale a lei proprio.
C’è una sorta di competizione tra scrittura e immagine e non di complementarietà di cui si parla tanto. Esse sono due forme complementari quando negli eventi pubblici o in seno alle catalogazioni in Biblioteche o librerie, i nomi degli autori sono entrambi rintracciabili.
Spesso in un festival di letteratura lo scrittore viene invitato a parlare e l’illustratore a fare un laboratorio, credo che questo comportamento rifletta una mentalità chiusa dentro schemi a mio avviso logori, luoghi comuni, definizioni di ruoli, etichette che io personalmente non condivido.

Nell’ambito lavorativo ci sono illustratori più esecutivi e altri più autoriali, ci sono tante sfaccettature del fare illustrazione, però non si può più definire l’illustrazione come dare lustro al testo, lo dimostrano tantissime belle edizioni e collane.  Sono  i comportamenti che non danno meritato riconoscimento a questa nuova e fertile proposta visiva.

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Si può parlare di una rieducazione al vedere, alla libertà del vedere…

Chi guarda e chi vive principalmente secondo il senso del vedere, ha un cervello che si forma secondo questa sensibilità che non deve essere per forza affiancata ad altri linguaggi per essere capita.
La sensibilità della vista esiste autonomamente. L’illustrazione ha una ricchezza culturale enorme.
A volte mi domando cosa insegno nel biennio dell’ Isia di Urbino. Prediligo insegnare il metodo, la riflessione e la progettazione, rispetto alle tecniche e introdurre gli strumenti del fare, perchè sebbene questi siano molto importanti, credo che prima di tutto si debbano rompere una serie di preconcetti.
La prima cosa che faccio è stimolare gli studenti ad imparare a vedere, e come si fa ad imparare a vedere? Attraverso l’esperienza diretta del disegno dal vero, l’osservazione analitica e la ricerca, credo che in questo modo si possa restituire, nella costruzione di un’immagine, il giusto ritmo.
Le immagini hanno una loro dimensione, una forma narrativa propria in cui non è indispensabile la sequenza narrativa.
La scrittura ha una logica di svolgimento, un prima e un dopo, un inizio, uno sviluppo e una fine, l’immagine può essere ora in questo momento e tutto finisce lì, ma in quell’istante contemplativo, tutto si ferma e modifica il tuo vedere successivo. La stessa cosa la vedrai con occhi diversi e da quel momento tutto avrà un sapore diverso, esattamente come una stessa lettura cambia nell’arco di una vita.
Decidi tu il modo per entrare nella narrazione, puoi decidere di visualizzare anche solo un frammento della vita, ma il come lo renderà unico.

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Che significato assume secondo te il diritto d’autore alla luce della realtà attuale?

In un’epoca in cui tutto e fruibile da tutti, in cui tutto è copia di tutto, è difficile salvaguardare il diritto d’autore, ma credo che ci siano buone ragioni per difenderlo: prima di tutto per una questione di onestà e rispetto reciproco.
Un autore non dovrebbe rubare nulla da un altro autore, ma se si ispira al lavoro di qualcun altro sarebbe bene trovasse una forma interpretativa diversa e ne riconoscesse la fonte.
Bisogna riconoscere il lavoro di ciascuno, capire l’importanza della cooperazione, della condivisione, condizione che secondo me nasce solo se esiste un rispetto reciproco profondo.
Riconoscimento del valore e del lavoro, vuol dire giusti contratti, restituzione dell’opera in cui ci siano degli originali, diritti d’autore per ogni utilizzo dell’opera diverso da quello concordato nel contratto, i nomi dello scrittore e dell’illustratore in copertina uno accanto all’altro e stessa importanza nella catalogazione dei libri.
Questi criteri potrebbero restituire a ciascuno il proprio merito, non c’è un mestiere che vale più di un altro, tutti sono indispensabili solo ne riconoscessimo l’importanza.
Ogni gesto di riconoscimento per ogni parte coinvolta nel processo di realizzazione, equivale a una legittimità di ogni competenza senza diseguaglianze. Non credo sia così, anche in ambito culturale esistono sistemi di sopravvivenza inaccettabili, copie, furti, appropriazioni illegittime, competizioni, oltre al diritto d’autore che dovrebbe attenersi al codice di comportamento deontologico della professione, ci dovrebbe essere un comportamento etico.

e-non-e-It-15È non èhttp://www.kalandraka.com/fileadmin/images/books/dossiers/e-non-e-IT_01.pdf

http://www.chiaracarrer.com/bio.aspx

 

 

 

 

 

 

Su Andersen “Il maialibro” e “Nel bosco”

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Il questionario di Kalandraka. Parla Arianna Papini

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” La formazione di architetto mi ha dato un metodo progettuale che mi ha cambiata nel profondo, sistematicamente ciò che mi arriva istintivamente lo inserisco in un progetto che ha un iter serio, anche se ludico. La formazione di arte terapeuta mi ha donato la gioia di stare nel presente, di godere del processo creativo più che del risultato finale…”

In occasione di Bologna Children’s Book Fair abbiamo rivolto il nostro questionario  di approfondimento dedicato agli illustratori ad alcuni autori che hanno firmato i libri al nostro stand. Iniziamo da  Arianna Papini, autrice per KlK di “Chi vorresti essere?” e “È una parola”.  Dalla formazione tecnica come architetto, alla scelta della scrittura e dell’illustrazione, che ha dato vita a più di 70 titoli scritti e disegnati da lei,  fino alla lunga esperienza di arteterapeuta, la strada che l’autrice fiorentina continua a percorrere è un costante cammino umano di ricerca e condivisione.

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Ricordi chi ti regalò il tuo primo astuccio di colori?

Ho sempre avuto colori intorno a me… ma sono certa che la mia maestra delle elementari, la Lory, per un compleanno mi ha regalato una bellissima scatola di pastelli colorati.

È arrivato prima il disegno o il colore?

Credo che siano arrivati insieme. Ricordo che da piccolissima disegnavo accuratamente le forme dei miei animali (quelli sì, sono arrivati per primi!) e poi li coloravo. In quello ero già un po’ particolare, nel senso che non mi curavo che il gatto dovesse essere marrone o grigio, i miei gatti erano viola e verdi, avevano le trecce e sorridevano: sono molto grata a educatori e insegnanti che ho incontrato e che non mi hanno mai detto come dovevano essere i miei disegni! Disegnavo molti alberi che sembravano coralli, e anche quelli avevano colori strani. Ricordo bene che disegnare era già la mia passione: a differenza di tutti gli altri bambini speravo sempre che piovesse affinché nessuno decidesse di portarmi fuori… così potevo disegnare tutto il pomeriggio!

Un sogno ricorrente della tua infanzia.

Sognavo sempre un orso grande che aveva però sembianze umane e mi spaventava. Quando mi svegliavo guardavo i miei animali, la gatta sul mio letto, la barbona nera Camilla e la loro presenza mi rassicurava.

Che storie preferivi da bambina?

Avevo alcuni titoli che amavo molto, “Il giornalino di Gianburrasca”, “Bibi una bambina del nord”, “Piovuta dal cielo” e “Il giorno in cui il porcellino d’india parlò”. Quest’ultimo era il mio preferito, provavo tutti i giorni a far parlare i miei animali sillabando loro parole semplici. La mia mamma mi leggeva un libro che mi piaceva molto, la storia di un signore con il suo pappagallo, e “Biancaneve”. Erano due albi illustrati incantevoli… avevano immagini diversissime tra loro, la storia del pappagallo era illustrata concolori chiari ad acquerello, ed erano brillanti e un po’ ironiche. Biancaneve invece aveva immagini pittoriche e scurissime… i particolari erano ottenuti dalle luci che facevano emergere gli oggetti da uno sfondo misterioso, non mi stancavo di guardarli.

Ricordi la prima volta che hai provato il desiderio di accompagnare una storia con le immagini?

Quando parlo immagino immagini. Credo di averlo sempre fatto. È automatico, anche quando mi parlano gli altri io vedo cose, me le immagino come quadri o illustrazioni. Non ho memoria che sia esistito nella mia vita un periodo in cui questo non accadeva.

In che momento hai deciso che volevi fare l’illustratrice di mestiere? [l’idea di Munari dell’arte come mestiere]

Quando, un pò per caso e ancora ragazzina, ho partecipato a un concorso d’illustrazione e l’ho vinto. Il premio era l’illustrazione di un libro. Lì ho capito cosa avrei voluto fare, anche se non ero affatto sicura di riuscirci.

Il tuo percorso di apprendimento è stato più intuitivo o progettato con metodo?

Entrambe le cose. L’arte è dentro di me, nel mio DNA, per merito anche dei miei nonni materni che mi hanno portata, fin da piccolissima, ai musei e nelle chiese. Giotto, Botticelli, Filippo Lippi, Michelangelo, Fra Angelico, Masaccio, Paolo Uccello mi lasciavano senza fiato. Collezionavo cartoline d’arte da piccola, le catalogavo e mi nutrivo, ero felice. Ho però sempre studiato tanto. Credo molto nella formazione, soprattutto per i mestieri che non sono riconosciuti dagli altri. La formazione ci rende consapevoli e sicuri di ciò che siamo, è allora che il giudizio altrui diventa una cosa secondaria. La formazione di architetto mi ha dato un metodo progettuale che mi ha cambiata nel profondo, sistematicamente ciò che mi arriva istintivamente lo inserisco in un progetto che ha un iter serio, anche se ludico. La formazione di arte terapeuta mi ha donato la gioia di stare nel presente, di godere del processo creativo più che del risultato finale e i miei pazienti mi portano le loro storie, così difficili, che sono trasformate nel setting attraverso l’arte, ancora. Continuamente mi formo sulle tecniche artistiche, ho sete e curiosità di conoscenza, non smetterò mai di studiare, ne ho bisogno per insegnare ai miei studenti e per la mia vita.

Chi riconosci come maestri? [Non è una domanda limitata al campo dell’ illustrazione, ma anche ad altri settori, il campo dell’arte in generale, la musica in particolare, la filosofia, l’iconografia religiosa etc…]

Come dicevo prima i miei maestri sono stati i pittori del Rinascimento perché la mia città è Firenze e non potrò mai prescindere da questo. Poi però sono andata altrove e ho amato Picasso, Klimt, le avanguardie, in particolare quella russa, il Bauhaus… La condivisione tra le diverse arti in primis, la generosità delle scuole, che cerco di comunicare ai ragazzi ai quali ho la fortuna di insegnare. In qualche modo anche loro, i miei studenti, sono i miei maestri.

Cosa ti ispira nel tuo lavoro?

Sempre la vita, in tutte le sue accezioni. Ho bisogno di approfondire e di capire i perché delle cose e l’arte e la scrittura mi permettono di farlo, in modo semplice e diretto. Tutto ciò che tratto nei quadri, nelle illustrazioni e anche nei miei scritti riguarda questo luogo e questo tempo, così densi e pieni di cose importanti…

Quali tecniche usi normalmente? Con quali ti trovi più a tuo agio? Quali ti permettono maggiore espressività?

In questo posso proprio dire di essere compulsiva… i materiali sono la mia ricchezza, quando ne scopro uno nuovo devo imparare a usarlo, faccio continuamente corsi di tecnica, ultimamente ho imparato a rilegare i libri, ho fatto corsi di tecniche calcografiche, linoleum, monotipia, acquarello, di cucito. Qualche anno fa odiavo ritagliare, oggi il collage è la tecnica che forse preferisco, e chissà cosa userò domani. Per un lungo periodo ho usato solo pastello, poi solo acrilico… Senza dubbio non ho ancora incontrato una tecnica che non mi affascini profondamente.

Secondo te, quali sono le tre capacità indispensabili per un illustratore?

Passione. Competenza. Istinto.

Quello che un editore non ti ha mai chiesto e che ti piacerebbe sentirti dire.

Sono molto fortunata. I miei editori mi dicono ciò che vorrei sentirmi dire e non riesco ad immaginare altro. In realtà, essendo fondamentalmente anche autrice, spesso sono io che presento i miei progetti agli editori, mi piace andare da un solo editore e poi, solo se il progetto non è accettato, andare da altri. Il rapporto con gli editori è un elemento preziosissimo del nostro lavoro, è il riscontro di ciò che creiamo, è un’emozione grande anche quando, come nel mio caso, si hanno tante pubblicazioni alle spalle. In arte nessuno arriva, l’arte è un percorso e siamo sempre in cammino…

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